L’avvocato fece con Arignani un viaggetto a Pinerolo. Vi trovò pace e tranquillità. La banda discesa dalle cime francesi nelle valli, e già padrona di Bobbio e del Villar, era stata assalita e facilmente sgominata da una piccola colonna mandata da Pinerolo. I repubblicani avevano lasciato cinque o sei morti sul terreno, e chi diceva venti, chi trenta prigionieri nelle mani dei soldati.
Liana, benchè in quei giorni avesse sempre mostrato di attendere il ritorno di suo marito con nuova e singolar fiducia, ricevette quella notizia senza far un gesto, senza pronunziare una parola.
Suo padre, che si aspettava di vederla scoppiare in lagrime ed aveva preparato una filza di sdolcinate frasi consolatorie, rimase di sasso.
— Che filosofia! — diss’egli, tra sè. — Meno male. Avevo ragione io di sperare nel tempo. Ecco che incomincia a mettere il cuore in pace. Andiamo bene, per Giove! Andiamo benone.
E pochi giorni dopo le comunicò senza esitanza e senza preamboli una lunga lettera narrativa dell’amico Chiovetti.
Il corpo di Seras, forte di milleduecento uomini, aveva preso il castello di Domodossola e, lasciatovi un piccolo presidio, s’era mosso risolutamente contro i soldati del Re. Le due schiere s’erano trovate di fronte tra Ornavasso e Gravellona. I repubblicani, collocata una compagnia di granatieri a guardare il varco del fiume Toce, che li riparava a sinistra, avevano cominciato a sfidare arditamente il nemico.
«A mezzodì — scriveva Chiovetti — si combatteva accanitamente da ambe le parti. La fortuna, prima repubblicana, si fece ad un tratto realista. Sei compagnie di granatieri, fatti a pezzi quelli che stavano sul Toce, riuscivano a prendere i patrioti tra due fuochi. La disfatta è stata solenne da ricordarsene. Oltre a centocinquanta morti, molti prigionieri, gli uni presi subito, gli altri catturati dai contadini. A Domodossola si lavora a moschettare dalla mattina alla sera».
Un lungo poscritto parlava delle bandiere conquistate, gialle, rosse ed azzurre, con l’iscrizione: — Democrazia o Morte — Obbedienza alle leggi militari — Libertà ed Uguaglianza — Anno primo della Repubblica Piemontese. Dava i nomi dei reggimenti che avevano preso parte alla battaglia: Savoia, La Marina, Peyer-im-hoff, Zimmermann e Bachmann; in tutto quattromila uomini.
Finiva poi con queste parole: «Si dice che tra i fucilati vi sia un nostro torinese, il giovane Angelo Paroletti, quartiermastro, fratello dell’avvocato Modesto».
— Ecco qui — disse Oliveri a sua figlia, dopo aver pensato un poco: — questo significa per l’appunto che se ci fossero altri torinesi morti, feriti o prigionieri, si saprebbe, si avrebbero i loro nomi come si ha quello di Paroletti. Dunque fatti animo, cara. È già una gran bella cosa aver la certezza che tuo marito non s’era messo allo sbaraglio. Come pure, te l’ho già detto, sono sicuro che non era nemmeno fra quelli che si avventurarono alla pazza, rischiosissima impresa di conquistare le valli. L’avrei saputo a Pinerolo. Santo cielo! tu sognavi già di vederli scender dalle vette, come leoni dalle balze della Mauritania...