— Oh babbo! — esclamò Liana. — Non capisci che mi passi l’anima? Io spero ancora, vedi; spero sempre, sempre, sempre!
XVIII.
Il conte Annibale aveva continuato ad adoprarsi per raccogliere intorno a sè gli amici e i conoscenti che professavano le sue massime. La società era costituita; si tenevano frequenti sedute, nelle quali si discutevano gli interessi della parte, e si disputava sui fatti che accadevano in quei giorni. La materia non mancava. La gran Repubblica rinfocolava odii e malumori, molto ben secondata dalle sorelle minori, la Cisalpina e la Ligure, che facevano il possibile per tribolare il Governo regio ed alimentare il contagio rivoluzionario che serpeggiava in Piemonte. Gli agenti segreti si aggiravano per le città e per le campagne, si ficcavano da per tutto a esplorare, stimolare, provocare. La stampa clandestina mordeva, dilaniava spietatamente la Casa reale, i nobili, i ministri. I patrioti si agitavano speranzosi. Gli ufficiali francesi si univano agli insorgenti, li istruivano, li dirigevano, ne pigliavano, occorrendo, il comando. Il vespaio di Carosio era sempre intatto; il ronzìo diveniva ogni dì più forte e più insolente; lo sciame repubblicano usciva, correva allegramente le terre di S. M., faceva prigioni i soldati, svaligiava i corrieri, devastava e metteva sossopra ogni cosa.
Massimo interveniva alle radunate, ascoltava quel che vi si diceva, fremeva, si appassionava, qualche volta prendeva la parola anche lui; ma appena uscito, dimenticava tutto, e ricadeva nella sua indifferenza abituale.
In quei giorni egli viveva molto con sua madre; la quale pareva gustare con sempre maggior dolcezza le delizie dell’amor materno. Ella lo accoglieva affettuosamente, lo tratteneva a desinare e a cena, lo voleva con sè quando usciva.
Ben presto, vedendolo più che mai affralito dal tedio e dalla malinconia, vedendo farsi manifeste le apparenze di sfinimento sul suo viso, cominciò a interrogarlo, a inquietarsi, a temer seriamente per la sua salute.
Massimo ammetteva d’aver addosso un certo malessere, che spesso gli impediva di pensare e di agire; si guardava dal dire che pativa pure vertigini, molta disappetenza ed insonnia.
Quando la contessa lo consigliava a consultare il medico e curarsi, rispondeva:
— Signora madre, poichè non è male acuto di febbre, nè da star a letto, cosa vuole che mi ordini il medico?
— Fai male a non consultarlo — insisteva sua madre.