— Senta, uno può sentirsi ammalato senza esserlo realmente. Questo è il caso mio. Cercherò di non fermarmi coll’attenzione su ciò che mi par di avere, e presto o tardi tutto passerà.

— Hai torto. Appunto perchè è una cosa che si trascina senza carattere preciso, devi tenerne conto e non trascurarti. Se non ci pensi tu, ci penserò io.

Infatti un giorno, entrando nell’appartamento di sua madre all’ora di desinare, Massimo trovò il dottor Vincenzo Garonis, il quale gli venne incontro e prendendogli la destra con ambe le sue, la strinse, la palpò, la tenne più di quanto era necessario per un semplice atto di amicizia.

A tavola, il giovane s’accorse che ogni poco il medico gli ficcava addosso l’occhio acuto, inquieto, indagatore. Dovette rispondere a parecchie interrogazioni riguardanti l’appetito e la digestione. Si sentì infine esortato a mangiare di più.

— Moto, cibo carneo e vino buono, caro contino. Non occorre altro.

Dopo pranzo il dottore si accomodò in una poltrona e con la tabacchiera nella sinistra e una presa bell’e preparata fra le dita della destra, attaccò a parlar di politica. — Sicuro, i tempi erano calamitosi, ma non bisognava spericolarsi troppo, veder tutto nero. La procella poteva dileguarsi da un momento all’altro, com’era venuta. Tutte queste perturbazioni avevano una spiegazione naturale. Poichè il secolo stava per finire, corrispondevano a quei moti convulsi che spesso fanno i moribondi. Bisognava aver pazienza un paio d’anni, dare al futuro secolo il tempo di nascere. Col 1800 si vedrebbe apparire: coelum novum et terram novam.

Dopo un poco Massimo s’accomiatò ed uscì.

La contessa si volse ansiosamente a Garonis.

— Stia di buon animo — disse questi, — non c’è niente di serio.

— Sì, ma pure....