— Non importa, purchè sia efficace.

— Ecco, qui sta il busillis: l’efficacia!

Poichè la signora contessa parlava di rimedi, era segno che reputava l’amore una vera malattia. In questo erano perfettamente d’accordo. Una malattia pericolosa sì, ma non mortale però. Bisognava lasciarle fare il suo corso, come a tutte le altre. Guai opporsi, guai contrastare! Le forze della natura non si distruggono, se trovano chiusa una via, ne pigliano un altra. Le distrazioni? I viaggi? Tutte fandonie. L’immagine dell’amata non vi esce mai dalla mente, come volete distrarvi? Un giovane militare gli aveva raccontato che non pensava mai tanto alla sua dama come quando si trovava in vedetta, a pochi passi dal nemico.

In quella entrò il conte Annibale, il quale, dopo la riconciliazione, veniva di tanto in tanto a passar mezz’oretta con sua moglie.

Il dottore si alzò, s’inchinò, lo informò subito che si parlava d’amore.

— Capperi! — disse il conte, sedendo. — Un grande argomento.

— La signora contessa mi ha chiesto se la scienza possedesse qualche rimedio contro un male così bello e così brutto. Io le stavo appunto rispondendo che.....

— Che il meglio era tenerselo, eh? — esclamò il conte. — Gli antichi avevano filtri, malie, segreti, tutto per rinforzare, ma niente per indebolire. Ne parlano Ovidio, Virgilio, Tibullo, Properzio... Plinio vanta l’efficacia del cuore della rondine; un altro, di cui non ricordo il nome, dà la preferenza al cervello della gru; Aristotile loda la carne di remora e gli ossi di seppia; Apuleio raccomanda un intingolo fatto con gamberi, ostriche e granchi.

— Sicuro — disse Garonis, — e credevano anche nella virtù delle erbe, gli antichi. E non solamente gli antichi, ma anche gli uomini di due o tre secoli fa. Si opinava, per esempio, che i due bulbi da cui sono formate le radici di certe piante, avessero virtù opposte e contrarie; che cioè l’uno accendesse, mentre l’altro spegneva. Quindi..... Eh, eh, eh!

Il medico si rifece subito serio.