Ughes, seduto accanto al letto, aveva appoggiato il gomito sinistro sul ginocchio, chinata la fronte nella palma, e rifletteva. S’udiva nel silenzio profondo il passo di Massimo, che, ancor commosso e sottosopra, andava su e giù per la stanza.
— Fermo, Massimo! — mormorò Mazel, mollemente sdraiato sur una poltrona. — Cospetto, faresti girare la testa a un reggimento!
Il contino lo guardò di traverso, poi si addossò alla parete e incrociò le braccia sul petto.
— Mah! — sospirò il cavaliere, alzandosi adagino e movendosi verso il letto in punta di piedi. — Bisognerebbe poter indurre questa adorabile dama a non pigliar per complimenti le verità sacrosante che dicono e ripetono gli amici. Risponda a me, signor dottore: le pare che con quegli occhi, con quelle due superbe luci, si possa esser malati sul serio?
— Lei deve farsi coraggio, signora madre — disse Massimo, — cercar di distrarre la mente dalle noie, dai fastidi; fare il possibile per non star sola.
— Se non lo è mai! — brontolò Mazel. — Se non lo è mai!
Intanto Ughes aveva rivolto sottovoce qualche domanda alla contessa; udito a qual cura dietetica si fosse assoggettata, non disapprovò, ma consigliò alcune modificazioni, facendole intendere delicatamente che miravano in modo più innocuo al medesimo scopo.
— Questo — diss’egli, alzandosi — e un po’ d’esercizio tutti i giorni, e l’aria balsamica della campagna, devono bastare a favorire l’azione intrinseca e riparatrice della natura, che si rimetterà da sè nel primitivo equilibrio.
Prese congedo ed uscì. Il cavaliere, occupato in quel momento a dar garbo alla gala che gli si increspava allo sparato, accennò appena del capo.
Massimo invece discese col medico, lo accompagnò fino al cancello e stava per lasciarlo, quando, data per caso un’occhiata nel viale, vide Liana.