— C’è poi sempre l’affare di Carosio — riprese egli, — quell’affaraccio. Si teme di veder saltar fuori qualche brutta e pericolosa novità, qualche complicazione scellerata... Basta, adesso vado a veder un momento Annibale, gli dirò di non far tanto il prezioso; e lo dirò anche a Mazel. E poi avvertirò altre persone; verremo a veglia da te, come una volta.....

— No, no, no! — esclamò la contessa — ti prego. Vieni tutti i giorni, di mattina, di sera, quando ti fa comodo, ma solo. Non mi sento di veder gente. Fammi il piacere.

Il conte Annibale comparve subito dopo pranzo. Era pallido, austero; non si fermò che pochi minuti, il tempo di confermare freddamente, in succinto, quanto aveva detto il cognato.

Più tardi si presentò Mazel; poi Giacinto Violant e l’abate Arbaudi. Nei giorni che seguirono, la contessa Claris dovette ricevere una quantità di persone, e comprese che, malgrado la sua preghiera, il fratello raccomandava a quanti incontrava, amici o parenti, di venirla a trovare. Poi le visite cominciarono a diradare, e ben presto la quiete e il silenzio tornarono a regnare nel palazzo.

Un pomeriggio il marchese venne ad annunziare alla sorella che finalmente Sua Maestà aveva presa la risoluzione di mostrare i denti a quei di Carosio.

— Ha dato l’incarico a fra Policarpo, è l’uomo che ci vuole.

— Fra Policarpo?!

— Policarpo d’Osasco. Non ti ricordi? Lo chiamano fra Policarpo perchè è cavaliere di Malta. Sta tranquilla che li sbrigherà in poco tempo.

Infatti egli tornò presto, tutto lieto, a riferire che il maledetto covo era disfatto.

Ma la letizia di Violant fu di breve durata, ricomparve due giorni dopo molto scuro.