— Siamo a guerra, Polissena; il Direttorio ligure è montato in bestia, proclama offesa la dignità nazionale, la libertà minacciata, il territorio violato, tutti gli accidenti, e ci dichiara formalmente la guerra. E sia. Ne abbiamo vedute altre, vedremo anche questa.
Egli continuò a venir così, sempre alla stessa ora. Entrava, sedeva, soffiava e comunicava, senza preamboli, tutto quel che sapeva.
— L’affare si mette male. Una colonna genovese ha assalito i nostri avamposti verso Pasturana; li ha obbligati a ripiegarsi sotto Serravalle.
— Cattive nuove. Il reggimento Asti è stato sorpreso, circondato, fatto prigioniero. La notizia non è però ancor confermata.
— Polissena, un altro corpo ligure ha preso Loano e marcia su Oneglia...
— Grandi feste a Genova per l’arrivo dei prigionieri piemontesi. Li hanno fatti entrar nel gran cortile del palazzo nazionale, e lì... Figuriamoci!
— Sorella mia, Serravalle ha capitolato. Adesso par che vogliano entrare in ballo anche i cisalpini..... L’ambasciatore continua a far girar l’anima con la sua storia fantastica della grande congiura.....
— È arrivata una dichiarazione del Direttorio francese che raccomanda, o comanda di cessar le ostilità. Ginguené sarà mediatore tra i liguri e noi. Avremo la pace, ma su che basi? Con quali patti?.... Che Dio ce la mandi buona! Purchè questo non sia il vero commencement de la fin!
Una notte, verso la fine di giugno, la contessa Polissena si destò di sobbalzo, le pareva d’aver sentito sbatacchiare un’imposta lontana, nelle profondità del palazzo. Sta in orecchi: — Sì, certo, qualcuno cammina nella sala contigua. — Si rizza a sedere, guarda all’uscio, lo vede aprirsi, vede entrar suo marito.