Il conte era sbiancato come un morto, aveva gli occhi spalancati, i lineamenti irrigiditi; le sole narici, tumefatte dall’ira e dall’afflizione, davano segno di vita.

— Che c’è? — domandò la contessa. — Cos’hai?

Il conte aveva posato il candelliere sur un cassettone, e taceva, guardandola.

— Massimo?! — gridò Polissena, atterrita, correndo repentinamente col pensiero alla più gran disgrazia che potesse immaginare.

Suo marito crollò il capo.

— No, no — diss’egli con voce affogata, — Massimo è vivo. Ma che vale? Se siamo tutti perduti!

— Parla, ma parla, per amor di Dio!

— Dio?... Dio doveva farmi morire, non lasciarmi assistere alla distruzione... No, peggio mille volte! all’onta di quanto ho di più caro e venerato su questa terra... Tutto è finito. Il Re piega il capo. Il Re consegna la Cittadella, la nostra Cittadella ai francesi.

La contessa ebbe tronco il respiro, si strinse le mani al petto, ricadde indietro sui guanciali.

Il conte Annibale, seduto a piè del letto, col capo basso, le ciglia fieramente aggrottate, fissava il pavimento. Dopo un poco balzò in piedi e andò a ripigliar la candela.