— Domani — diss’egli — mi ritiro alla Florita.

— Posso partire con Massimo per Robelletta? — domandò quasi timidamente sua moglie.

Il conte fece un atto d’assenso.

— Coraggio! — mormorò Polissena, intenerita, accorata. — Coraggio, Annibale.....

Il viso del conte si contrasse tutto a queste parole, egli non rispose, e come vinto dal bisogno di piangere, uscì dalla stanza a precipizio.

XIX.

Massimo, avvertito da sua madre di prepararsi a partire per Robelletta, la pregò di differire.

Avuto il consenso, si chiuse nel suo quartierino per meditare in pace. Il suo spirito da prima svolazzava leggero sopra la gravi cose su cui voleva fermarlo, poi si posò.

Il dolore e l’umiliazione di quelli che vivevano con lui, intorno a lui, lo toccavano bensì, ma non bastava; avrebbe voluto soffrir più direttamente, più attivamente. Era convinto che il 3 di luglio, giorno fissato per la cessione della Cittadella, sarebbe accaduta qualche gran cosa. Si eccitò, si esaltò pensando ai Vespri siciliani, alle Pasque veronesi.

— Ah! — diceva egli, serrando i denti e stringendo i pugni — dopo aver vinto, volete stravincere, voialtri francesi? Abbiamo patito abbastanza. Badate: si può trovare chi vi renderà lacrimevole la vittoria; chi cova un’ira, che repressa, scoppierà più micidiale!