E cominciò a far disegni, che tutti avevano più o meno dell’assurdo; poi ad un tratto, non potendo più stare alle mosse, uscì e si recò al caffè dove era certo di trovare altri giovani della sua condizione.
Vide appunto da lontano, fermi sulla porta, Di Capolea e Spadafora, che discorrevano animatamente fra loro.
— Appunto — disse Massimo, accostandosi: — ho bisogno di voi.
— Un duello? — esclamò Di Capolea.
— Saprete poi. Vi aspetto fra mezz’ora a casa mia. Chi c’è dentro?
— La Torretta e Di Cimalta che giuocano al biliardo, Violant che dorme.
— Avvertite anche La Torretta e Di Cimalta. Violant lasciatelo dormire.
La curiosità fece quasi esatti i quattro giovani: tre quarti d’ora dopo erano tutti accomodati sul canapè e sulle poltrone della saletta di Massimo.
Il contino prese subito a parlare, ma senza ordine, e balbettando alquanto, come gli accadeva quando era sopraffatto da grave passione. — Per Dio! Si stupiva di vederli così tranquilli alla vigilia d’un fatto incredibile, intollerabile: la perdita della Cittadella di Torino! Era pronto a scommettere che adesso anche quelli che propendevano alle dottrine repubblicane, anche i patriotti più ardenti, non approvavano un’esigenza così mostruosa; non potevano non sentirsi avviliti nel considerare, nel toccare con mano gli effetti della prepotenza straniera.
— Il sentimento della nazionalità è indelebile, ha prevalenza sulle opinioni acquistate... Diavolo! L’integrità del suolo patrio è condizione principale, vitale dell’esistenza di un popolo... Cominciamo a esistere, ad avere un terreno su cui mettere i piedi, un terreno nostro, e poi...