— Prendi con te Di Capolea. E a rivederci più tardi.

Brunel stava nel palazzo del conte di Masino, isola di San Giuseppe.

I due giovani, concertati i termini della proposta che avevano da fare, salirono al modesto quartiere abitato dal barone, e spinsero leggermente l’uscio che era socchiuso. Entrarono in una piccola anticamera; dopo aver aspettato un poco, non vedendo comparir nessuno, si avanzarono con certa temenza verso un altr’uscio spalancato che avevano di contro. Metteva in un salotto oscuro; l’attraversarono, si trovarono in una camera grande e sfogata, e videro — che vista fu quella per loro! — quattro ceri accesi intorno al cadavere di Brunel.

Un vecchio colonnello di cavalleria, seduto sur un seggiolone accanto al letto, era così assorto, così abbattuto, che non alzò nemmeno il viso per guardar chi entrava. Due altri militari, ritti nel vano d’una finestra, non fecero alcun movimento; solo un servitore, che parlava sommessamente con un legnaiuolo, volse ai giovani uno sguardo che pareva dire:

— Oh, signori miei, non mi so dar pace neppur io!

Quando finalmente Massimo e Di Capolea furono persuasi della realtà di ciò che avevano sott’occhio, si avvicinarono insieme al letto, e inginocchiati l’uno accanto all’altro, rimasero così il tempo di recitare un De profundis. Stettero poi ancora un momento a contemplare, con l’animo pieno di sincero dolore, quei lineamenti marmorei non più conturbati da alcuna passione terrena, già affinati e addolciti dal riposo assoluto, che cominciato da poche ore, non doveva cessare mai più.

Nell’anticamera ritrovarono il servitore, che aveva già congedato l’artigiano. Ebbero da colui tutti i particolari della fine improvvisa. Il barone si alzava, andava, veniva, mangiava, ma non parlava più da due giorni. La sera prima, tornato a casa, come al solito, sul far della notte, s’era ritirato in camera, e sedutosi alla scrivania aveva cominciato a rivedere, ordinare e distruggere le sue carte. Il servitore aveva vegliato fin dopo le undici, poi non sentendolo muover più, pensando che egli si fosse posto a letto, era andato anche lui tranquillamente a dormire. La mattina di poi, entrando nella stanza per portargli il caffè, lo aveva trovato steso sul letto senza vita, in grande uniforme, con la spada al fianco e la croce di San Maurizio sul petto. Il medico, chiamato subito, l’aveva dichiarato morto di morte semplice e naturale.

I due amici ridiscesero nella strada e tornarono senza quasi parlare al palazzo Claris. Entrati sotto l’atrio, Massimo si fermò:

— Adesso sì — diss’egli — che mi sento anch’io scoraggito, disanimato... Va, di’ agli altri quello che hai visto; di’ loro che domani starò tutto il giorno in casa: se mai qualcuno avesse un’idea... E dopo domani mi troverò per tempissimo all’ingresso della Cittadella, presso lo stecconato a diritta, e starò là, pronto a unirmi al primo che griderà: viva il Re! morte ai francesi!

— Ci sarò anch’io! — esclamò Di Capolea, prendendogli affettuosamente la mano. — Mi vuoi, eh?