— Niente.
Non articolarono sillaba per qualche momento; si parlavano con gli occhi. Poi s’avviarono l’uno al fianco dell’altra verso l’uscio.
Vi giunsero.
— Aspetta — ripigliò la contessa, staccando la mano di suo figlio dalla gruccia dorata. E gettandogli le braccia al collo gli disse all’orecchio con una tenerezza, un affanno, uno struggimento indicibile:
— Torna, sai.
Tacque ancora, forse per richiamare a sè con uno sforzo tutto il vigore dello spirito, poi soggiunse con maggior fermezza:
— Va, va; sta quanto vuoi, sta sino all’ultimo, se occorre. Dio sia con te!
Ella risalì nelle sue stanze, con queste domande angosciose nel cuore: — Quando tornerà? Come vivere tutte queste ore? Che può succedere? Devo sperare, augurare che succeda qualche cosa? Per Massimo no. Per la causa del Re, per l’onor del Piemonte, forse sì. — Rammentava che Saint-André, governatore di Torino, aveva pubblicato un editto per sedare l’irritazione dei cittadini: dunque c’era realmente la probabilità d’un conflitto?
Il chiarore andava a poco a poco crescendo. Aprì la finestra: il cielo terso, profondo prometteva una bella giornata. La strada sottostante, poco frequentata nel buon del giorno, era in quel momento affatto deserta, ma alla svolta si distingueva gente che si moveva tutta insieme frettolosa. Pensò di farsi portare in carrozza verso la Cittadella, e collocarsi in luogo donde potesse veder bene quello che accadeva. Pensò d’andar a piedi subito, sola, in abito dimesso; e penetrare nella folla, cercare il figlio e metterglisi al fianco. Come mai non le era venuto in mente d’accompagnarlo addirittura, vestita d’altri panni? Il tempo presente comportava cose ed azioni che in addietro sarebbero parse stranissime. Poco più d’un mese prima, una certa Angela Ponzani, per ottenere la grazia di suo marito, condannato a morte dopo la rotta di Ornavasso, era venuta a Torino, ed aveva saputo, trasfigurata così da esser presa per un ufficiale, entrare nel palazzo del Re, ed arrivare supplicante ai suoi piedi... Ma era tardi; queste non erano più che fantasie inutili e vane. Si rammaricò di non aver pensato a informarsi dell’ora, del modo con cui si sarebbe compiuta l’occupazione abominata.
Uscì di camera, si aggirò un poco nelle altre stanze. Perchè il conte la lasciava sola? Perchè l’abbandonava così? Tornò stanca, spossata donde era uscita, si mise a sedere e chiuse gli occhi.