— Basta! — interruppe Massimo, con una voce rauca diversa dalla sua solita.

— Abbi pazienza, ho finito — seguitò il marchese. — Adesso si è rinforzata la guardia della porta, e Saint-André ha invitato a pranzo Collin e gli ufficiali superiori...

— E la gente? — domandò la contessa.

— La gente andò a vedere. La mattina era bella e lo spettacolo nuovo. Che volete? La buona città di Torino, contessa di Grugliasco, signora di Beinasco, adesso la prende così, sul principiare del secolo l’avrebbe presa in altro modo.

Il marchese sospirò, tentennò ancora un po’ il capo, poi fatto con la destra un saluto alla sorella e un altro al nipote, si avviò lentamente verso l’uscio.

Appena lo vide fuor della soglia, Massimo afferrò la mano di sua madre, abbassò il viso sulla palma, se la strinse sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra.

— Mamma — mormorò egli: — partiamo, partiamo, andiamo via, non ne posso più!

XX.

In tutto il mese di giugno, il cavaliere Telemaco Mazel non era andato che quattro volte in casa Claris e sempre di sera. Egli si veniva mutando, e sfuggiva la luce del giorno per non impressionare l’amica. Soffriva incomodi, i quali tanto o quanto alteravano la sua sanità, e, guardandosi nello specchio, vi si vedeva giallo, con le pesche agli occhi, il collo che andava diventando color di nocciola e grinzoso come quello delle testuggini. Avrebbe voluto dar la colpa di tutto questo al caldo, alla stagione e sopra tutto agli eventi, così infausti per tutti coloro che si conservavano fedeli al Re; ma a queste idee si sostituiva, ahimè! sempre più molesta ed insistente, quella della vecchiaia vicina, inevitabile, accompagnata dalla bruttezza, dagli acciacchi, dalle malattie.

Aveva consultato successivamente Garonis e Ambelli; tutti e due lo avevano dichiarato guaribile, mediante una cura non lunga, non difficile, ma esatta.