Egli ebbe l’avviso che la contessa stava per partire appunto un giorno in cui si sentiva più indisposto e più scuro che mai. Pensò da prima d’andare in bussola al palazzo e chiederle scusa di non poter servirle di scorta come tutti gli altri anni; poi invece le scrisse ch’era malato, a letto, ma pronto ad alzarsi, a far ciò che considerava come un dovere. Non pensava alla possibilità d’un aggravamento, al pericolo di restar per istrada; lo inquietava, lo turbava l’idea di arrivare a Robelletta nè vivo nè morto, l’idea di averle a cagionar noie, pene, disturbi.
La lettera ottenne l’effetto ch’egli aspettava e bramava. La contessa rispose subito, pregandolo di non muoversi e d’attendere a curarsi ed a guarire.
Mazel riscrisse confuso, umiliato, compunto, ringraziando come avesse ottenuto una grazia, un grandissimo favore. Prometteva di raggiungerla appena avesse potuto reggersi in piedi.
Così una bella sera, mentre il sole declinando verso occidente arricchiva d’oro e di porpora le nuvolette vaganti per il cielo tranquillo, gli abitanti di Robelletta videro entrar nel viale la carrozza della loro signora e osservarono con molta sorpresa che non era nè preceduta, nè seguìta dall’antico cavaliere.
La contessa Polissena riprese subito il tenor di vita di tutti gli altri anni: leggeva, scriveva lettere, faceva e riceveva qualche visita. Nei primi giorni non si occupò affatto di suo figlio: lo vedeva a desinare, lo vedeva a cena, ma non gli domandava mai come avesse passato il suo tempo.
Però un dopo pranzo, mentre passeggiavano discorrendo in un viale, ella credette d’accorgersi che Massimo andava diventando un po’ irrequieto, come se desiderasse, ma non osasse lasciarla.
— Vuoi andare? — diss’ella, pacatamente. — Va pure.
— Oh signora madre...
— Va, va in pace. Ricordati, passando in casa, di mandarmi madamigella. E... buona fortuna.
Massimo che aveva già fatto due o tre passi, si voltò a guardarla.