Massimo entrò in casa Ughes mentre battevano le quattro. Liana lavorava nel salottino, vicino ad una finestra; l’avvocato dormicchiava sul sofà. Egli si rizzò subito all’apparire del contino e ordinò ad alta voce, in modo d’essere udito dalla cucina: vino bianco, sciroppo di ribes, frutta e ciambelle.

Aveva fatto una buona sfogata di chiacchiere col parroco e col notaio al mattino, desinato con buon appetito, digerito bene: era quindi di ottimo umore.

— Adesso si beve — diss’egli, — e poi si va a spasso.

— Possiamo andar fino alla Madonna — suggerì Massimo, quasi sottovoce.

— Eh — fece l’avvocato — quella è sempre una passeggiata amena e piacevole.

V’era stato la sera prima ed avrebbe preferito rivolgersi a tutt’altra parte, ma perchè contrariare sor contino?

Quel giorno, come sempre, Liana sarebbe rimasta volentieri a casa, sola con i propri pensieri, ma sapeva di far piacere a suo padre, di far piacere a Massimo, venendo con loro, e cedeva. L’impeto di speranza che l’aveva spinta a partir per Murello era caduto; il nuovo periodo di attesa febbrile interamente finito. I giorni si succedevano tutti uguali, in una quiete sorda, piena d’incertezza.

Massimo, comparso all’improvviso una bella mattina, era stato ricevuto dalla signora con tranquilla amabilità, senza esclamazioni, senza alcuna dimostrazione di maraviglia, come si fossero lasciati da poche ore, non da quasi tre mesi. Continuava a frequentare la casa, ad accompagnarla fuori: pago di notare nel contegno di lei, nei suoi modi una affabilità semplice, costante, sicuro indizio che la sua compagnia non le era sgradita.

Uscirono e presero la strada che metteva al santuario. Liana camminava silenziosa fra i due uomini. Oliveri recitava ad alta voce una poesia giocosa che gli aveva mandato l’avvocato Bottalla per il suo compleanno. Massimo guardava avanti, si voltava indietro, sperando e temendo ad ogni momento di scorgere la carrozza di sua madre. Respirò vedendo deserto il piazzale davanti alla cappella: meno male, erano i primi, la contessa non aveva dovuto aspettare.

Sedettero sur una panchina; e Oliveri, invaso, infiammato dall’estro, cominciò a improvvisare un sonetto in risposta all’amico. Voleva anche appiccarci la coda, quando Massimo lo interruppe stendendo il braccio ed esclamando: