— Mia madre!

— Oh, oh! — fece l’avvocato, chetandosi subito e palpandosi la parrucca, la gala del petto, i manichini. Soggiunse poi piano, mentre la carrozza arrivava sul piazzale: — Signor conte, mi dica lei come devo comportarmi.

La contessa discese, s’avviò con la testa alta e gli occhi bassi verso la porta della chiesetta, vi entrò.

— Bisognerà ch’io faccia il mio dovere in qualche modo — seguitava a dire Oliveri, già in piedi. — Credo conveniente, indispensabile qualche segno di rispetto, di ossequio. Si tratta della madre di chi ci onora, si può dire ogni giorno... E capirà... Insomma, adesso vedremo.

Massimo cercava invano qualche parola per disporre la signora Ughes alla presentazione; la vedeva seria, indifferente; temeva di trovarla poi fredda e riluttante quando fosse giunto il momento. Così intanto egli taceva, fissando con un po’ di batticuore la porta socchiusa, presso la quale adesso stava di piantone un lacchè.

Dopo pochi minuti, che parvero secoli al giovane, la contessa ricomparve, e dalla soglia girò con gli occhi il piazzale. Mentre un altro lacchè, ritto accanto al legno, s’affrettava a spalancar lo sportello, Massimo e Oliveri si scoprivano il capo, e Liana si alzava.

La contessa li vide; si mosse bel bello guardando Liana e sorridendo a fior di labbra. Incontrandoli, fu la prima a parlare, e lo fece graziosamente. — Aveva sentito dire tante belle cose di loro da suo figlio! Massimo si mostrava così soddisfatto d’averli per vicini, affermava di trovarsi così bene in loro compagnia, che aveva destato in lei una curiosità grande, un vivo desiderio di conoscerli. Era proprio contenta di trovar finalmente una buona occasione.

Liana aveva appena cominciato a proferire alcune parole gentili, quando Oliveri la interruppe. — Diamine, toccava a lui di rispondere! A lui padre, avvocato, poeta! — E lo fece con una dozzina di frasi ampollose, gonfie d’una rettorica ricercata, stantia ed anche un pochino servile.

Si avviarono poi tutti a piedi verso Murello: le signore davanti, gli uomini dietro. Fatto così un breve tratto, la gentildonna si fermò, si accomiatò e risalì nel legno, che li aveva seguiti di passo.

Massimo riaccompagnò a casa l’avvocato e sua figlia, poi pigliò per le scorciatoie: non vedeva l’ora di essere a Robelletta, di sapere quale impressione avesse ricevuto sua madre, che cosa pensasse di Liana.