Trovò la contessa in piedi, presso la finestra del salotto terreno, interamente assorta nella lettura d’una lettera. Egli tornò nel cortile e andò su e giù per dieci minuti, finchè un servitore venne sull’uscio e fece un inchino.
Entrò nella sala da pranzo. La contessa e la vecchia damigella erano già a tavola; don Bonhomine stava per sedere.
La cena fu silenziosa. La contessa aveva l’occhio freddo, la fronte un po’ corrugata. Non era sdegno, ma poteva esser peggio. Massimo si sentiva gelare, mangiò poco e non fiatò mai.
Don Bonhomine e sora Teresa, come la chiamavano i servitori, si ritirarono appena preso il caffè. La contessa si alzò, passò nel salotto, seguìta dal figlio, e se lo fece sedere accanto sur un piccolo sofà.
— Ecco — diss’ella, — leggi questa lettera.
Massimo, un po’ inquieto, prese il foglio che gli porgeva sua madre, vi diede un’occhiata e si riconfortò subito non vedendovi nè il suo nome, nè quello di Liana.
Era l’abate Arbaudi che scriveva da una sua villa vicino ad Alessandria. Anche in quella città i malintenzionati, indettati e diretti dal generale Ménard, comandante della Cittadella, avevano formato un comitato e cominciato a macchinare ed a corrispondere con gli altri comitati impiantati qua e là.
Per farsi un’idea chiara dei loro disegni, don Castellani, amico dell’abate, prete ardito ed accorto, s’era governato in modo da trovarsi presente ad una conventicola segreta e decisiva. Aveva visto allora che il caso era gravissimo.
I repubblicani, rioccupato Carosio, pensavano di approfittare dell’agitazione che poteva produrre la dedizione della Cittadella di Torino, per tentar nientemeno che un colpo di mano contro Alessandria. Contavano naturalmente sulla cooperazione dei soldati francesi, e speravano che il moto si propagasse per tutto il Piemonte. Non c’era tempo da perdere; la bomba doveva scoppiare il 5 luglio: non si trattava di giorni, ma di ore.
Il governatore Solaro fu subito avvertito e prese le sue misure. Mezzo squadrone di Piemonte reale alla Cascina grossa; un distaccamento di Peyer-im-hoff alla Spinetta; uno di Saluzzo a Marengo e uno di guastatori a Castel Ceriolo. D’Osasco poi, all’alba del 5, era in battaglia tra porta Ravanale e porta Marengo, con trecento soldati, parte di Saluzzo e parte guastatori, e con ottanta dragoni. Il conte Alciati, partito dal Bosco con quattrocento uomini di Savoia e di Stettler, e cento di cavalleria, era giunto alle quattro e tre quarti alla Spinetta. I contadini della Fraschea avevano ricevuto anch’essi istruzioni, incoraggiamenti, armi e munizioni.