Poco dopo le cinque, un ufficiale, postato in avanti, aveva veduto spuntare sulla strada di Marengo una colonna di circa mille uomini, con bandiere e cannoni. Era l’Armata infernale, partita allegramente da Serravalle, passata senza trovar impedimenti presso Tortona, e quasi sicura di arrivare pacificamente fino ad Alessandria.
L’ufficiale, lasciati scaricare ai suoi i fucili, aveva ordinato la ritirata senz’altro. E i repubblicani subito dietro a furia, spensierati e baldanzosi.
Ma ad un tratto: — Avanti! avanti! — ecco a sinistra una forte schiera di soldati lanciati alla baionetta. I rivoltosi li avevano accolti a fucilate e a cannonate; ma poi, sentendosi galoppare Piemonte reale e altra cavalleria alle spalle, s’erano buttati disordinatamente nelle boscaglie e nei campi. La battaglia sarebbe finita così, appena incominciata, con pochissimo spargimento di sangue, se non fossero saltati fuori strepitando e sparando i frascheruoli appiattati fra i cespugli, dietro gli alberi, nei fossati. Ufficiali e soldati avevano fatto quanto umanamente si poteva per strappare i vinti dalle mani di quegli arrabbiati; ma la carneficina era stata lunga ed orrenda.
Due giorni dopo la caccia all’uomo durava ancora, s’udivano ancora schioppettate, strida, gemiti, bestemmie...
Quando fu a questo punto della lettera, Massimo, disgustato e attristato, lasciò di leggere, sebbene vi fosse ancora tutta una pagina.
— L’abate ha ragione — disse la contessa, credendo ch’egli fosse arrivato fino in fondo: — Se tutti i nostri contadini odiassero i francesi e i patrioti come quelli della Fraschea, le cose andrebbero assai diversamente.
— Sì, ma che orrore, signora madre! Che tempi!
— Eh già! Non son tempi da idillio, figliuol mio.
Massimo si morse il labbro e si alzò.
— Permette? — diss’egli. — Vado un po’ fuori.