— Va pure — rispose la contessa. Ma subito lo richiamò con la voce e col gesto: — No! Aspetta; vieni qui, siedi. Sta a sentire. Garonis mi parlò una volta d’una malattia molto strana e terribile. Ne ho scordato il nome, ma i sintomi sono questi: chi n’è colto sente le ossa diventar molli come le carni, le carni diventar flaccide e come stemperate nel sangue e negli umori; tutti i congegni del corpo si rilassano, le forze si riducono a niente... Io provo questo, ma nello spirito. Non ho più vigore, non ho più coraggio, non son più padrona di me, non posso più adoperar la volontà in nessuna maniera... Mi par di vedere intorno molti e molti ridotti così. È un’influenza che colpisce, gli uni dopo gli altri, tutti quelli del nostro ceto. Tu l’hai addosso, come mio fratello, come Mazel, come tanti dei nostri amici... L’epidemia non ha risparmiato nè la Corte, nè i ministri. I nostri avversari hanno saputo impossessarsi della nostra forza morale e se ne valgono, e ne abusano. Ci sono anche altre cose che non so discernere, e che pure...

S’interruppe, poi riprese tosto con accento di rammarico grave:

— La fortuna sorride alle forze soverchianti dei novatori. Essi sono padroni del campo, o lo saranno presto. Si combatte ancora, ma i colpi sono sempre più radi, sempre più lenti... Ma non bisognerebbe lasciar niente d’intentato, niente. Lottare, lottare con coraggio, con pertinacia animosa per risparmiarsi almeno i rimorsi. Sentiamo un po’, credi tu d’aver fatto tutto quel che potevi?... No, no, no! E continui a startene colle mani alla cintola!

— Cosa devo fare? — chiese Massimo, cupo.

— Fa.

— Almeno mi dica...

— Puoi cominciar domani, puoi metterti in giro, andar nelle città più vicine, nei villaggi, nelle ville, nei castelli, puoi visitare gli amici, i conoscenti, sentir le loro idee, far qualche proposta... stringer altre relazioni.

— Se la nobiltà è moribonda, crede lei ch’io possa prolungarle la vita?

— Chi ti dice che sia moribonda? Ti sembra così facile distruggere il passato, cancellare la storia, annientare tanti ricordi di gloria, di onore, di lealtà?... Oh Massimo, Massimo, almeno provare! Vuoi? Mettiamoci tutti d’accordo. Stringiamoci insieme. Arbaudi accenna nella chiusa della sua lettera a cose che non può spiegare: chi sa che il fuoco non sia già avviato in qualche altra parte! I piemontesi sono sempre stati fedeli, devoti al Re; adesso poi sono oltraggiati, minacciati, oppressi... Bisognerebbe incorarli, sostenerli, spingerli ad un grand’impeto eroico... Pensa, Massimo, pensaci, sai. Io spero molto in te... Tu poi devi confidare in me. Ho veduto la signora Ughes. La rivedrò. Non ti lascierò dimenticare da lei, sta tranquillo. Credo che sia appunto venuto il momento di diventar più prezioso, di farti desiderare. Non c’è niente che renda tanto pregevole e cara alcuna cosa come il vederla pronta a sfuggirci. Questo lo sai anche tu.

Massimo pensava che dovesse e potesse fare. Non gli riusciva più di spiccicare parola.