— Ora va — riprese poi la contessa, dopo un lungo silenzio. — Stasera abbiamo parlato abbastanza. Va e che la notte ti porti consiglio.
Massimo salì in camera e si affacciò alla finestra per rinfrescare e la fronte e la mente all’alito tranquillo della notte. Non c’era luna; la pianura si stendeva nereggiante e sterminata sotto il gaio scintillar delle stelle. Vi affissò gli occhi: gli parve di vederla brulicar tutta di fantasime armate. Stette un poco sospeso, immobile, come se aspettasse di sentirsi sfavillare nell’animo un’aspirazione bellicosa. Nulla!
— No — pensò egli, — non sono nè un prode, nè un eroe, sono un povero ufficiale che ha fatto quel che ha potuto, quand’era tempo... Dovrei provarmi a dar fuoco alla polveriera, a suscitar la guerra civile; una guerra da selvaggi, da cannibali... Io? Per l’amor di Dio, scusate se è poco!
XXI.
Massimo si svegliò però risoluto di accontentare in qualche modo sua madre. Appena alzato, fece attaccare e si recò col calessino a Monasterolo, ove sapeva di trovare un antico compagno d’armi, suo coetaneo.
Il commilitone lo accolse a braccia aperte; gli fece esaminare, ammirare, provare i suoi cavalli e non lo lasciò parlar d’altro in tutto il giorno. A sera poi, al momento di separarsi, promise di venire una volta o l’altra a Robelletta, e Massimo partì soddisfatto come se fosse già riuscito ad avviar la faccenda.
Il giorno dopo, altra gita. Massimo si ricordò d’un vecchio parente di sua madre, che viveva in un castelluccio, su quel di Villafranca. Vi andò a cavallo; fu ricevuto con cordialità dignitosa, trattenuto a desinare, provvisto d’uno schioppo e condotto in giro fino a notte nei campi e nei boschi.
Il gentiluomo accettò poi con molto gradimento l’invito di venire a cacciar sulle terre di Robelletta e fissò anche il giorno.
— E due! — pensava Massimo, ritrottando verso casa. — Neppure costui non mi ha lasciato parlare, ma forse è meglio. Quello che non ho fatto io, lo farà mia madre. Ella ha le idee chiare, sa quel che vuole. Per ora si contenti di avere in me un buon ufficiale d’ordinanza.
Giudicando che il suo mandato consistesse nel richiamare quanti più nobili poteva a Robelletta, egli continuò ad adempierlo scrupolosamente a piedi, in legno, a cavallo, senza badare nè a distanze, nè a fatiche.