Egli era sempre stato un po’ ritroso, un po’ orso; adesso, col doversi presentare a persone per lo più indifferenti, col dover cercare di allargare il cerchio delle sue conoscenze, si trovava obbligato a mutar abitudini, a combattere continuamente le sue inclinazioni, gli pareva perciò di far molto e cominciava a sperare in un risultato corrispondente allo sforzo.

Vedeva Liana assai più di rado e solo quando, andando o venendo, poteva passar per Murello; ma trovava un certo compenso nel sapere che sua madre la vedeva pur qualche volta. Sentendo pronunziare da lei il caro nome, provava un compiacimento nuovo, singolarmente profondo e squisito.

La contessa, che usciva spesso verso sera in carrozza, ordinava di fermare ogni qual volta incontrava Liana e suo padre; e avendo cominciato ad andare la domenica a messa cantata a Murello, prima di ripartire, si tratteneva sempre qualche momento con loro.

Ella menava una vita relativamente attiva e occupata. Si faceva condurre sovente, per diporto, ai villaggi ed alle cittadette circonvicine; percorreva a piedi i dintorni della sua villa; e mentre invitava e riceveva in casa gente di qualità assai più che negli altri anni, praticava volentieri con gli inferiori, trattandoli come li aveva sempre trattati, cioè con quell’alterezza signorile, che non esclude l’affabilità e tanto differisce dall’alterigia. Non tralasciava poi alcuna occasione di alleviare le miserie dei suoi contadini.

Verso la fine di agosto l’avvocato Oliveri fu riassalito dalla podagra e dovette tenere il letto. Questa volta l’insulto invece di limitar la sua durata a tre o quattro giorni, si prolungò, suddividendosi in piccoli accessi più o meno gagliardi, con remissioni intermedie.

La contessa lo seppe; mandò da prima a prendere notizie, poi, un dopo pranzo venne ella stessa in carrozza e invitò Liana a fare una trottata per prendere aria e svagarsi un tantino.

La inopinata, graziosissima offerta, se inorgoglì il padre, maravigliò e confuse molto la figlia. Liana lì per lì non seppe, non potè trovare una scusa e dovette accettare.

Pochi giorni dopo la contessa tornò; e poichè l’avvocato, sentendosi meglio, era andato a far una partita a tarocchi in casa Arignani, riprese Liana con sè. D’allora in poi, o per mantenere la promessa fatta a suo figlio, o perchè veramente la giovane signora le era simpatica, o perchè forse le pareva anche utile farsi vedere con lei, continuò a volerla per compagna nelle sue passeggiate. Così a poco a poco le due donne vennero in maggior dimestichezza, i loro colloqui si fecero sempre più facili e schietti.

Nei primi tempi non parlarono di Ughes nè l’una, nè l’altra, come per comune accordo; poi un giorno, di punto in bianco, la contessa cominciò a interrogare, e Liana a rispondere; la sparizione del giovane divenne un argomento da cui non si uscì quasi più.

La gentildonna esaminava e riesaminava il caso con acume, con cognizione di causa ed anche con una certa effusione d’affetto. — Ah sì! compiangeva sinceramente la povera signora, onesta e bella, la quale non sapeva se doveva considerarsi come vedova o no. Una condizione insopportabile, inverosimile. Siamo tutti mortali e dobbiamo piegarci al destino: dopo aver assistito alla morte d’uno dei nostri, o almeno dopo aver acquistata la certezza che non è più quaggiù, si spasima, si piange, ma poi viene la rassegnazione. Il pensiero prende una forma, una direzione precisa. In terra tutto è finito, ma ci rimane la speranza di andare un giorno là dove ci aspettano le nostre care anime; e lo strazio si cambia in una dolce, malinconica attesa.