Ma così no, così si soffre sempre e non si va avanti. Questo dover cercar per il mondo, con la mente, una persona; immaginarsela viva, immaginarsela morta; e qui, e là, e in cento luoghi, doveva essere una cosa da far veramente ammattire.
E Liana ascoltava con la testa reclinata sul petto, in silenzio.
Così la contessa continuava, senza avere in mente alcun disegno determinato, a cercar di occupare e distrarre suo figlio, e nello stesso tempo a mostrarsi disposta a far del bene a colei, da cui avrebbe voluto staccarlo.
La corrispondenza tra Torino e Robelletta era attivissima. Il conte mandava di quando in quando alla moglie qualche biglietto sul fare di questo:
«Sono sempre alla Florita, ma vado qualche volta in città. Tutto va male, malissimo. Beati quelli che sono caduti pugnando colla santa illusione di versare utilmente il loro sangue. Non vedono ciò che vediamo noi. Invidiamoli».
Ma le lettere di Violant, di Mazel e di altri parenti ed amici spesseggiavano. La contessa era informata sempre e minutamente di quanto accadeva alla capitale.
Ginguené continuava a vedere in tutti e da per tutto nemici acerrimi del nome francese. Tutto intorno a lui si lavorava, si macchinava per far nascere dissapori, malumori, rancori tra il popolo piemontese ed i soldati di Francia. Poveretti! Questi si avventuravano inermi, mansueti, fiduciosi nelle strade della città, ed erano insultati, picchiati, trucidati. E quasi non bastasse, anche calunniati. I preti del contorno non li accusavano forse di far la caccia alle contadinotte e di portarle volenti o nolenti in Cittadella?
In Torino, in Asti, in molti altri luoghi i malviventi erano cercati, blanditi, prezzolati e trasformati in sicari.
Pubblica e libera la vendita dei coltelli e dei pugnali; pubblica e libera la diffusione di stampe inique, vituperose, fatte per eccitare all’odio ed alla rivolta. L’ambasciatore non si attentava di incolpare il Re ed i ministri, ma sì tutti quelli che tenevano i maggiori uffizi nella gerarchia ecclesiastica e civile, e nell’esercito. Egli si lagnava incessantemente; presentava note, proteste, richiami.
«Per mettere un po’ in chiaro le cose — scriveva Violant a sua sorella, — e anche per vedere d’intendersi, Priocca ha chiesto un convegno a Ginguené. Questi l’ha ricevuto in una sala del palazzo dell’Ambasciata. Avevano appena cominciato a discorrere quando: patatrac! l’uscio si spalanca, entra il segretario di legazione Marivault e, con certe mosse grottescamente tragiche, si avanza e mette sulla tavola un involto con entrovi stili e stiletti d’ogni misura. Erano armi destinate all’eccidio dei francesi, sequestrate e portate giusto in quel punto all’Ambasciata. Eh? Quando si dice il caso!... Ginguené guarda Priocca. Priocca zitto: non ha niente da dire. Ginguené aspetta un altro poco, poi si volta al segretario gabbacristiani e gli mostra la porta. Meno male, stavolta!