«Il risultato dell’abboccamento fu questo: l’ambasciatore s’impegnò a provar fondate tutte le sue accuse. E qui viene il bello, Polissena mia. Ecco i fatti prodotti: — Gli ufficiali dei cacciatori (che i repubblicani chiamano spiritosamente: scannatori) hanno comprato e fatto affilare non so quante centinaia di coltelli da un tale che tiene bottega accanto alle Tre Corone. Infaticabili arrolatori di barbetti sono certi Rey e Toselli, tutti e due agli ordini di David, creatura di Castellengo; quartiermastro dei banditi, un certo Genesio. V’è pure un capo militare, ma il Governo l’ha sott’occhio, quindi inutile fare il suo nome. (Sai tu chi sia? Io no). Il cavaliere Lascaris ha pur egli voce in capitolo tra i masnadieri attruppati nei dintorni di Torino. Per munire quelli che lavorano sui confini del Nizzardo si spediscono armi dal nostro Arsenale. L’operazione è fatta da un certo Magna, che affida le casse al vetturale Gioccolaro. — Di’ quel che vuoi, non si può essere meglio informati! Andiamo innanzi. — Il padre dei due famigerati Ferruzza è venuto espressamente a Torino per toccar denari dall’erario. Sui primi di luglio quaranta accoltellatori hanno banchettato tutta una notte all’albergo del Gallo, poi giurato sui coltelli il solito sterminio di tutti i francesi. Un cordaio di Borgo Po è incaricato di iscrivere gli operai e gli artigiani disposti a pigliar parte all’eccidio... E via discorrendo, chè poi non ti voglio seccare. Debbo però aggiungere che l’ambasciatore chiede la destituzione, o qualche cosa di simile, del conte Thaon di Saint-André, governatore di Torino; del cavaliere Di Revel, suo figlio, governatore d’Asti; del conte Solaro, governatore d’Alessandria; del conte di Castellengo, vicario di Torino, e del suo segretario; del conte Adami, presidente del Senato; del cavaliere di San Réal, intendente d’Aosta, tutti segreti aiutatori di congiure e capi di assassini.
«E vorrebbe anche l’allontanamento del reggimento cacciatori.
«Roba da chiodi, sorella mia.
«S’io poi ti nominassi tutti quelli che i rivoluzionari accusano di assoldar furfanti, la lista riescirebbe lunghetta. Ci troveresti tutti noi che frequentiamo il casino dei nobili, e molti e molti altri ancora.
«Se ti dico che Cicognara osa affermare che in Torino si fabbricano più pugnali che scarpe!»
In un’altra lettera il marchese riferiva alla sorella quanto si era trovato in seguito a minute e diligenti ricerche ordinate dal Governo.
«1º Il coltellinaio, dal quale gli ufficiali avrebbero preso i coltelli, non fabbrica più che cesoie, e da un pezzo. 2º I soldati e gli arcieri fatti uscir di notte da Torino e mandati a frugar nelle bettole, nelle catapecchie, nei fienili indicati come nascondigli dei barbetti, non hanno scovato che merciaiuoli, vagabondi e accattoni. 3º Nessuna traccia di armi uscite dall’Arsenale, nessuna traccia del vetturale Gioccolaro. 4º La sala da pranzo dell’albergo del Gallo è capace appena di otto o dieci persone. 5º Il cordaio non è depositario di alcuna lista. — Insomma allo stringer dei nodi: niente o quasi, che fa lo stesso.
«Anzi a forza d’insistere, si finì per far confessare ad un tal Richini, detto Contin, arrestato appunto come capo di malandrini stipendiati, ch’egli fermava e predava bensì i convogli che portavano danari in Francia, ma sempre avvertito da alcuni commissari francesi, coi quali spartiva puntualmente il bottino. Bisognerebbe anche ridere, eh, Polissena? Ma come si fa?»
Il cavaliere Mazel, nelle sue lettere, dava notizie sempre migliori della sua salute. S’avvicinava il giorno in cui, terminata la cura, dichiarato guarito dai medici, sarebbe partito per Robelletta. Come sospirava, come anelava di rivedere l’amica! La parola umana non bastava ad esprimere le torture della lontananza. Ad una pagina o due piene di svenevoli dichiarazioni d’affetto, seguivano sempre altre pagine dolenti ed austere. I raggiri, le prepotenze, le bizze, le spavalderie di Cicognara e di Ginguené non occupavano più il cavaliere, egli si mostrava impensierito dal procedere ognor più minaccioso ed invadente dei francesi.
Il 14 luglio essi avevano solennizzato con manovre a fuoco, spari di cannone, danze e gozzoviglie, la festa della Federazione. Il 10 agosto celebrato con maggior pompa e clamore l’anniversario dell’imprigionamento di re Luigi; e pareva si preparassero ad una serie illimitata di esultanze e di trionfi.