In quelle limpide sere d’estate, i padroni della Cittadella si raccoglievano sui bastioni a godersi l’aura leggiera e refrigerante che scende dalle montagne. La banda militare suonava le sue arie repubblicane; e negli intermezzi i soldati intonavano canzoni guerriere e rivoluzionarie, con accompagnamento di sghignazzate, ritornelli, e grida di:

Vive la République! — A bas le Roi des marmottes!

La folla, che si accalcava al di sotto, era composta di sfaccendati indifferenti o curiosi, di patrioti giubilanti e plaudenti, di realisti indignati e imprecanti, e di soldati fedeli mandati a mantener l’ordine... ed a mangiarsi le dita.

Di tanto in tanto s’udiva qualche fischio, qualche grido di: — Viva il Re! — lanciato animosamente come una sfida e seguìto da fremiti, da lunghi susurri, che parevano da un momento all’altro doversi mutare in ruggiti. Il governatore Saint-André, paventando il turbine d’ira e d’odio che si veniva addensando, cercava saviamente d’indurre il generale Collin a mettere in freno l’intollerabile oltracotanza dei suoi. Questi ora evitava di rispondere, ora negava che si eccedesse. Intanto si faceva ogni dì più sfacciata e palese la sua intenzione di offendere e incitare a rivolta i buoni torinesi.

«Ieri — scriveva Mazel, il 4 settembre — i francesi hanno festeggiato l’anniversario del 18 fructidor, giorno in cui il Direttorio scampò alle trame dei suoi nemici. Hanno cantato, ballato, sguazzato tutto il santo giorno. La sera baldoria nelle taverne, nei caffè e in tutti i luoghi ove si può stare allegri. Vi furono risse; corsero pugni, scappellotti, coltellate, si sarà forse anche trovato qualche morto nei sobborghi. I popolani si consumano di rabbia, e si sfogano come possono. Credo fermamente che se la Corte lasciasse fare, succederebbe qui, quello che avvenne a Genova nel ’46».


Il cavaliere Mazel arrivò inatteso a Robelletta il 18 settembre, sul far della sera. Baciò e ribaciò la mano alla contessa, abbracciò Massimo, poi entrato nel salotto, ne fece due o tre volte il giro toccando pareti, mobili, oggetti, come per persuadersi ch’era proprio desto. Assaporata così la gioia ineffabile di quei primi momenti, diede libero corso alle parole. — Cospetto! era venuto via senza salutare quasi nessuno, senza neppur avvertire Garonis e Ambelli che lo avevano guarito.

— Ma non ne potevo più! Bisogna vedere cos’è diventata Torino in questi mesi, da che la Cittadella fa, si può dire, parte del territorio francese... L’altro ieri poi, domenica, è successo un fatto inaudito. Il tempo era magnifico, nè caldo, nè freddo, quello che ci vuole adesso per me. Sono uscito verso le quattro e andato pian piano fino ai viali della Cittadella. Ero lì che guardavo passare la gente, quando sento vociare: — La Corte! la Corte! — Che Corte d’Egitto! Erano tre carrozze che parevano venir diritto dalla fortezza. Per un momento non raccapezzai niente, poi vidi che si trattava d’una mascherata fuor di stagione. Nelle carrozze c’erano vivandiere, o peggio, camuffate da dame di Corte, e ufficiali in abito nero, parrucca a borsa, cappello sotto il braccio, spada al fianco, tutto appuntino. Avevano lacchè, corrieri, usseri di scorta, e non so che seguito. — Uhm! — dissi fra me — vedo bene chi volete schernire. Purchè il gioco, duri poco. — Invece durò, e come! Andarono fino al Valentino; tornarono per San Salvario, scompigliando brutalmente la gente che aspettava la benedizione davanti alla chiesa; si fecero vedere da per tutto, sempre più infervorati nel loro bel divertimento. Intanto era nato un po’ di subbuglio in piazza Paesana. Alcuni soldati francesi, venuti a parole con operai piemontesi, avevano messo mano alle sciabole; erano sopravvenuti altri operai, poi entrato in ballo anche qualche soldato dei nostri. La voce dell’alterco si sparse in un battibaleno, arrivò esagerata sui viali della Cittadella, proprio nel momento in cui la mascherata vi faceva ritorno. Gli usseri ed i corrieri, trovando chiusa la strada dalla gente agitata, cominciarono a regalar sciabolate e mazzate. Vi furono subito dei contusi, degli ammaccati, dei feriti... Intanto, lassù sui bastioni, la musica suonava a gloria. Mi ero avviato verso casa, per non farmi schiacciare inutilmente le costole, quando ad un tratto sento uno sparo, poi un altro e un altro, dopo pochi minuti divennero scariche. Cospetto! pareva una vera battaglia, non mancava più che il cannone. Però dopo un poco tutto si chetò come per incanto, e alle otto di sera la città pareva un camposanto. Ieri chi diceva che la guardia avanzata francese, vedendo crescere il fermento nel popolo, avesse chiusa la barriera e cominciato il fuoco prima contro i cittadini inermi, poi contro i soldati accorrenti; chi asseverava che il primo colpo era stato tirato da una sentinella piemontese contro due repubblicani che la volevano disarmare, e che tutto il resto non era venuto che in conseguenza di questo. Comunque sia, il pericolo d’un grosso conflitto fu imminente e gravissimo. Se non scoppiò si deve a Saint-André, che riuscì a far sgombrare presto i viali e, secondato da molti ufficiali, a far rientrare nelle caserme i soldati. Si deve al generale Mesnard o... Ménard, venuto per caso da Alessandria a Torino, che corse in Cittadella ai primi rumori, trattenne Collin, che sbraitava come un ossesso, esortò, comandò, minacciò, impedì che si facesse una sortita, e sopra tutto non lasciò che si toccassero i cannoni. A sentire Violant però la faccenda sarebbe ancor più grave e più complicata. Cicognara, Collin e compagni, facendo assegnamento sulla complicità vera o presunta dei reggimenti svizzeri e di uno o due squadroni di cavalleria, avrebbero voluto provocare realmente un tumulto, per potere intervenire e ristabilir l’ordine, cioè proclamar la repubblica. In fatti si sa di certo che tra gli ufficiali mascherati, v’era il vicereggente ed il segretario di Collin, e dietro le carrozze, un codazzo di giacobini con armi nascoste. Il colpo sarebbe fallito per causa del generale... Ménard, che, non informato, si frappose nel momento decisivo; e per causa di Ginguené, il quale andò in villa, invece di restare a Torino a soffiar nel fuoco anche lui. Basta, è un caos, un caos politico, un nero miscuglio di sotterfugi, d’intrighi, di perfidie, di... porcherie. Vedremo cosa ne uscirà.

— Ecco il male! — esclamò la contessa, concitata. — Si sta a vedere, mentre è tanto terribilmente tempo di agire. Vi ostinate a restar in città, soffocati, ridotti all’impotenza da un’atmosfera di infamie e di brutture, invece di uscire, di gettarvi nelle campagne, dove se non altro si respira; dove forse si può ancor far qualche cosa!

Più tardi, dopo cena, ella espose lungamente le sue idee, le sue intenzioni, le sue speranze. Il cavaliere, seduto di fronte, la mirava come rapito in estasi; ascoltava con un dondolio della testa, quasi la voce di lei fosse una musica e se ne potessero segnar le battute.