Si ripartì. Nessuno parlò finchè il legno non ebbe attraversato il villaggio; riusciti all’aperto, la contessa si volse a Liana e le domandò con amorevolezza che cosa avesse fatto in quei due o tre giorni in cui non si erano vedute.
— Ho pensato molto a quello che lei mi ha detto — rispose Liana.
La gentildonna riflettè un momento.
— Ah! — disse poi — ho capito. Sentiamo come la pensa il cavaliere.
Liana, già pentita d’aver dato appicco al discorso che presentiva, le rivolse uno sguardo quasi supplichevole. La contessa non le badò e riprese:
— Mazel, voi sapete in che condizione singolare si trova la signora Ughes? Ve ne ho parlato? Bene. L’altro giorno le ho chiesto se non avesse notato qualche fatto strano, raccolto qualche indizio misterioso e tale da poter essere interpretato come un avviso.... Poichè insomma a me pare impossibile che due persone innamorate e unite da un vincolo indissolubile, possano dividersi... e non saper mai più niente l’una dell’altra!
— Mah! — fece il cavaliere, con un sospiro.
— E le ho raccontato il caso di madame de Saint-Floret. Vi ricordate?
— Quella vecchia signora emigrata che veniva in casa vostra?
— Appunto, morta nel ’96. Poveretta, aveva sposato un cugino, maggiore nel reggimento d’Anjou. Costui, dopo averle fatto perdere quant’ella possedeva, era andato in America con La Fayette. Ella non seppe più nulla di lui, non lo rivide più che una volta in sogno, cadavere sformato e disfatto, impigliato fra l’alghe nel fondo d’un fiume. Mi diceva esserle rimasta di questo sogno un’impressione così forte, lucida e viva, da non poter dubitare ch’egli fosse morto realmente così.