— Euh! — esclamò Mazel. — Un sogno! Se ne fanno di così strampalati!

— Eppure c’è chi vi crede, e tanto fra i contadini, come fra i signori; tanto fra gl’ignoranti, come fra le persone più culte.

— Vi è anche chi crede agli spiriti, alle ombre, ai fantasmi. Eppure io non ho mai visto niente, non ho mai avuto a che fare con loro...

— Lasciamo stare i fantasmi. Non è forse accaduto tante volte di veder verificati eventi previsti e predetti...

— Uhm! Già, già... Cose che si raccontano. Cose che turbano, ma non persuadono. Casi, coincidenze, illusioni, allucinazioni, amica mia. E la fantasia non la contate per niente? Vi par piccolo il piacere di abbellire o d’imbruttire, secondo i casi? Il piacere di esagerare, accomodare, trasformare? Mentre si parla, il cervello lavora. La prima volta si riferisce un fatto esattamente com’è accaduto, ma la seconda, la terza, la quarta, ehm!... E più si va avanti, più l’immaginazione si mescola alla memoria. Non avete mai notato le alterazioni a cui va soggetta la più semplice delle notizie, solo nel passar di bocca in bocca? Vediamo bene tutti i giorni quel che vale la testimonianza d’un uomo, o d’una donna, a proposito di cose di nessuna importanza e che nessuno avrebbe interesse a svisare?

Ogni tanto la contessa guardava il cavaliere di sbieco, stringendo le labbra; quand’egli ebbe finito, non replicò, si volse a Liana:

— Nel maggio del ’58, mio marito, allora assai giovane, aveva ottenuto da sua madre il permesso di passare qualche giorno alla Florita, per riposarsi dallo studio e svagarsi. Una sera, andato in camera per porsi a letto, e messa la candela sul tavolino, vide a un tratto la fiammella vacillare, farsi piccola piccola e spegnersi. La riaccese, guardò, cercò intorno: le finestre e l’uscio erano chiusi, non si sentivano correnti d’aria, nè soffi di vento, nulla insomma che potesse giustificare il fenomeno. Un’ora dopo arrivò un uomo a cavallo con la notizia che la contessa madre era morta...

Liana rabbrividì; Mazel non si attentò di far altre osservazioni.

La conversazione languì durante il resto della passeggiata; languì anche più quando, riaccompagnata la signora Ughes a Murello, la contessa e Mazel rimasero soli.

Massimo aveva lasciato Robelletta da quattro giorni. Egli si era accordato di ritrovarsi a Centallo con alcuni amici, in apparenza per cacciare nei dintorni, in realtà per affratellarsi e cercare i mezzi di rendere sempre più larga ed efficace la propaganda anti-francese.