La contessa Polissena, che aspettava con certa ansietà una sua lettera, non trovandola, entrò in pensiero; parlò pochissimo durante la cena, e subito dopo scomparve.

Il cavaliere ne fu quasi contento: era persuaso che l’amica fosse adirata con lui per le idee manifestate e sostenute poc’anzi, perciò non faceva altro che immaginare e temere lagnanze e rampogne, preparare e masticare le scuse. Andò a letto molto presto, ma almanaccò lungamente prima di poter prender sonno.

— È permalosa così, ma è buona — diceva tra sè — e domani mattina non se ne ricorderà nemmeno più. Non capisco però dove abbia preso certe ubbie; una volta non le aveva. Può darsi ch’ella finga soltanto di credere, per qualche suo pensiero nascosto. Ma allora perchè non dirmelo? O che mi tiene incapace di inventare qualche fanfaluca ingegnosa? Vuol vedere commossa, turbata, atterrita, spiritata, basita la sua nuova amica? Son qua io; siamo sempre in tempo!... Un fine lo deve avere, altrimenti non mi saprei spiegare tanta dimestichezza con la moglie d’un fanatico morto. Ci sarebbe mai qualche attinenza fra questo e quell’altro affare ch’ella dice di avere avviato? Polissena ha il pensier lungo, penetrare nei segreti della sua politica non è cosa facile... E se invece si trattasse semplicemente di ammansare la giacobina, e renderla docile e meno scontrosa con Massimo? Anche questo è possibile... Cospetto! ma io comincio a capirlo l’invescamento di Massimo: quella donna è piacente, seducente, attraente e... pericolosa. Pericolosa sì, perchè senza fine desiderabile.

Egli pensò poi al modo di rientrare nelle grazie della sua dama, senza venire a spiegazioni fastidiose. Bastava tornare destramente sul discorso che li aveva divisi ed esprimere idee affatto diverse. In quella ch’egli stava appunto cercando di accozzarne qualcuna, gli balenò nella mente il ricordo d’un fatto singolare, similissimo a quelli che la contessa aveva allegati.

Nella primavera del ’94, egli andava spesso a tener compagnia ad una vecchia parente, la marchesa di Cereseto, il cui figlio Cesare era capitano nel quinto battaglione dei granatieri, che sotto il comando del conte d’Andezeno guardava un punto molto importante sulla linea militare detta della Roja. Una mattina d’aprile egli l’aveva trovata tutta sgomentata e piangente, perchè poco prima, venendo per caso a passar nella stanza dov’era il ritratto di suo figlio, l’aveva visto pencolare, poi staccarsi dalla parete e battere in terra. Ella presentiva una disgrazia, e non si ingannava: precisamente quel giorno, precisamente in quell’ora, Cesare era morto, fulminato da una palla nel cuore.

L’avvenimento allora gli era parso semplicemente fortuito, ora si sentiva inclinato a trovarlo anche strano. Ad ogni modo il rammentarsene a tempo gli risparmiava la fatica di lambiccarsi più oltre il cervello.

Aspettò l’ora della passeggiata con impazienza quasi giovanile; e sentì poi un certo compiacimento quando potè, presente Liana, dichiarare all’amica che dopo profonda meditazione su quanto s’era detto il giorno innanzi, egli aveva mutato parere.

Raccontò quanto era accaduto alla marchesa di Cereseto; ampliando, ben inteso, un po’ il fatto, fregiandolo con quei particolari che giudicava atti a renderlo più pauroso ed arcano.

— Davvero — continuò egli — non so spiegare come tutto questo mi sia uscito di mente. Certo che se me ne fossi ricordato ieri, non mi sarei mostrato nè così fatuo, nè così corrivo nel negare. Del resto chi sa quanti altri casi consimili rimangono ignorati! Quelli a cui capitano, spesso non ne avvertono, non ne comprendono l’importanza... oppure tacciono per timor del ridicolo. Quelli che ne hanno notizia, o non credono, o fanno... come ho fatto io.

— Ecco — mormorò la contessa, — in questo genere di dispute è troppo facile cavarsela con un sorriso ironico, con un frizzo, o stringendosi nelle spalle. Ma non è ragionare.