— Sono tre o quattro giorni che non si fa vedere!
— Appunto; tre o quattro giorni.
— E il contino?
— Non ho più visto neanche il contino.
Liana rispondeva a mezza voce, con l’accento di chi non attende affatto a quel che gli si dice; mirava una piccola farfalla grigia, che ora roteava affannosamente intorno al lume, or si trascinava sulla tovaglia come sfinita. Oliveri, seccato, allungò la mano, appuntando l’indice per ischiacciarla.
— No! — esclamò Liana, opponendosi — è una crudeltà.
— Caspita, che parolona!
— Lasciala vivere, babbo, te ne prego.
— Sta a vedere che ti metti a piangere. Ecco che incominci a fare i lucciconi! Oh questa è bella! Questa è bella!
Oliveri lasciò la farfalla, si rizzò e andò a rimettere il libro dove l’aveva preso. Stette poi alquanto appoggiato al camino, sogguardando sua figlia e dondolando la testa. Gli pareva ch’ella si venisse mutando, ma non sapeva se in bene od in male. Il viso aveva sempre un contorno grazioso e delicato; non era più così pallido come in addietro, tinto anzi sulle gote d’un leggiero incarnato... Ma gli occhi lo inquietavano soprammodo: sembravano più grandi che mai e insieme meno espressivi, con un non so che di fisso, di attonito, di abbagliato.