Anche quella sera, come nelle antecedenti, i coniugi Ughes sedettero di fianco alla porta del loro salottino da pranzo, verso il giardino, per vedere come si compiesse il tramonto. Ma il primo, il principal atto del grandioso spettacolo era finito. Scomparso il sole, non rimaneva altro segno del suo passaggio che una tinta rosea, diffusa nello spazio sovrastante alle cime dei monti, digradata in modo da cangiarsi dolcemente in un delicatissimo colore di viola nel sommo del cielo. Vagavano lente lassù alcune nuvolette grigie, come spente da poco. Spiccavano opachi sull’ultimo barlume le vette degli alberi, i comignoli delle casette poste al di là del muretto di cinta. In un folto di nocciuoli, a sinistra, s’udiva ancora il pispigliar delle passere che s’appollaiavano; a destra, nella massa d’ombra del vecchio castello, brillava già un lume.
Dinanzi ai due sposi, muti ed immobili, passò un punto lucente, una goccia d’oro sospesa nello spazio; la seguirono cogli occhi: tutto il frutteto appariva picchiettato così, centinaia di lucciole baluginavano sull’erba, baluginavano fra i rami, agitate per modo da procurare quasi un senso di leggiera vertigine. E tutto quel che si desta con l’appressar della notte, e vola o salta, corre o striscia, animava le tenebre crescenti d’un brulichìo, d’un misterioso andirivieni invisibile. Quante voci confuse! Quanti fremiti vicini, lontani, sparsi intorno per l’immensa campagna! E l’ombra e la pace movevano l’anima tanto soavemente!
Ad un tratto si sentì uno scalpiccio e un chiasso di voci maschili dalla parte del cortile.
— I nostri assidui! — mormorò Liana.
— Sì — disse Ughes, — e stasera anticipano d’una buona mezz’ora. Se almeno se ne andassero prima!
Si alzarono e rientrarono nel salottino da una parte, mentre dall’altra comparivano il parroco don Saverio Prato, lungo, smilzo, con un volto ossuto ed abbronzato, fiancheggiato da un gran paio d’orecchie; il notaio Costanzo Arignani, piccolo, grassoccio, col viso rubicondo e il naso bernoccoluto. Sulla soglia Stefano Bechio, lo speziale, strisciava maledettamente i piedi e faceva inchini a tutto andare.
Il medico li invitò a prender posto intorno alla tavola; la serva mise nel mezzo, accanto alla lucerna, un vassoio con bottiglia e bicchieri.
— Basta, Bechio — susurrò il parroco, vedendo che colui non la finiva con le sue scempiaggini. — Da bravo, venite qui anche voi.
Lo speziale balzò fuor dell’ombra in cui era rimasto, e chiese a Ughes, con certa buffonesca ed affettata umiltà, il permesso di sedere. Andò quindi con gli occhi bassi, stropicciandosi le mani, ad accoccolarsi in un angolo.
Era di bassa statura, come il notaio, con un testone che gli traboccava dalle spalle, reso anche più voluminoso dai capelli neri, untuosi, malamente legati, a guisa di coda, con un pezzo di spago. Indossava una specie di pastrano grigio, sudicio e logoro, con un colletto di velluto ulivigno; portava calzoni vecchi e rattoppati, e calze di lana che gli sbrendolavano giù sui talloni.