Ella cominciò a passar le ore che non stava in letto adagiata in un seggiolone vicino alla finestra. Gli alberi del giardino, spogliati d’ogni verdura, le lasciavano vedere tutto il castello, la parte posteriore della parrocchia, col piccolo cimitero circostante; e più lontano, oltre la strada di Racconigi, la campagna squallida sotto il sereno delicatamente sbiadito.
Assistette così alla lenta e placida agonia di quell’autunno. Vide il cielo venirsi coprendo di nebbia, e rabbuiandosi sempre più, farsi tutto livido e basso. Bastò una nottata per imbiancare i tetti e le piante e quanto poteva abbracciar l’occhio.
Oliveri teneva compagnia a sua figlia; venivano a visitarli Arignani, don Prato, e talvolta Massimo, sempre grave e sopra pensieri. Liana seppe da lui che la contessa passava l’inverno a Robelletta; ella però non si curò di domandare alcun schiarimento, poichè si trovava ancora in uno stato d’indifferenza e d’incuriosità singolare, non pareva aver più alcun desiderio vivo, di nulla le importava, parlava, operava, ma non si scuoteva.
Intorno a lei i discorsi si aggiravano sulla scarsezza grande di tutte le cose necessarie al vitto, sul rincaro delle granaglie, sul freddo che anticipava, e specialmente sur un lupo enorme che andava vagando nei dintorni. Di tempo in tempo l’avvocato s’intabarrava stretto e andava a passare un’oretta nel piccolo caffè ove si riparavano i migliori del paese. Tornato a casa riferiva a Liana tutte le chiacchiere che si erano fatte intorno alla mala bestiaccia.
Per consiglio del medico, egli s’ingegnava di distrarre la mente di sua figlia, senza affaticarla di troppo. E un dopo pranzo le menò su in camera il procaccio Gioanni Capello, detto Giantermo, ancor tutto scombussolato per aver dovuto contrastar con la belva quella stessa mattina.
Menica portò una bottiglia; e, dopo un paio di bicchieri, il poveraccio si trovò in grado di ripetere, più ordinatamente che non avesse ancor fatto, la sua storia paurosa.
— Ah! — diss’egli — stamattina me la sono vista proprio brutta! Tornavo da Racconigi col sacchetto delle lettere e fischiettavo senza pensare a male, quando voltandomi per caso indietro, cosa vedo? nientemeno che il lupo! Ecco lì: prima mi sono sentito mancare le gambe, poi via! a tutta corsa, come un’anima persa. Cosa vuole? sor avvocato e la compagnia, sentivo il tlic tlic delle unghie sulla neve ghiacciata: lui mi dava dietro di trotto serrato e se cascavo, ehi! ero servito. Perchè quelle bestie lì non attaccano l’uomo finchè è dritto, ma aspettano che la fatica e lo spavento lo buttino giù, e allora gli saltano addosso e lo sbranano. Io correvo, e lui correva. Volevo gridare, chiamar aiuto, ma non avevo il fiato da spegnere un lume. Tutto in un momento mi ricordai di essere nato a Murello, e che i murellesi sono soprannominati i testardi. Credo sia stata una ispirazione della nostra Madonna degli Orti. Basta, fatto sta che mi fermai su due piedi, e fronte! col mio bastone per aria. Il lupo si ferma anche lui, mi mostra i denti e la lingua, mi guarda fisso come un cane da caccia che punta, e poi frrt! salta a sinistra, nel campo. Dico fra me: — l’ha capita! — Oh sì, storie! Mi accompagnava di fianco, invece di starmi alle calcagna, e me lo vedevo lì, alto, magro, sfiancato, col muso nero e le mascelle grigie; e quando alzavo il bastone per fare il mulinello, grugniva come un porco e digrignava, talmentechè di dentro mi sentivo morire, benchè fossi deciso di difendermi finchè potevo. Basta, per tagliar corto, finalmente ho visto le muraglie della cascina Nuova, lei sa dov’è, e subito mi son sentito tornare il coraggio e il fiato e tutto, e mi son messo a mugliare come un toro. Cosa crede? Che il lupo se ne sia andato? Neppur per sogno, aspettò di veder arrivare quei della cascina con le forche e i tridenti, per darsela a gambe. Guardi un po’ che demonio! Basta, sor avvocato e la bella compagnia, adesso andrò ad attaccare il mio bastone sotto l’immagine della Madonna, per grazia ricevuta, che se la Madonna non mi salvava, ora sarei nella pancia del lupo, col sacco delle lettere, calzato e vestito.
Il caso occorso al procaccio fu argomento di molti discorsi, poi si seppe che la fiera era stata ammazzata presso Cavallerleone, e non se ne parlò più.
Nei primi giorni di dicembre, Liana si accorse che suo padre aveva un aspetto cogitabondo affatto insolito in lui, e tanto il parroco, quanto il notaio, parevano agitati da qualche cura grave e travagliosa. Si mise in pensiero, interrogò, s’informò; le fu risposto con parole atte a rassicurarla. Allora non s’inquietò più, anzi fu contenta d’esser lasciata spessissimo sola, poichè questo le dava modo di vivere tranquilla e taciturna, come desiderava. Era una strana vita la sua, tutta contemplativa, tutta ristretta allo spazio che raccoglieva nello sguardo. Poche e semplici le cose di cui si compiaceva o che le servivano di svago: la solitudine, la quiete, il suono delle campane, un filo azzurro di fumo uscente da questa o da quella rocca di camino, il passaggio d’uno stormo di corvi, le passere svolazzanti a branchi, collegate contro il gelo e la fame, ma pronte a battersi ferocemente tra loro per una magra formica assopita tra le rughe d’un ramo, o per un bacherozzolo rannicchiato sotto una foglia aggrinzita. Talora le pareva pure di avvertire fremiti, vibrazioni, palpiti di vita lontana, trasvolanti sul manto immenso che difendeva le sementi e le piante dal gelido vento di tramontana.
Una mattina, invitata da un pallido raggio di sole che rigava il pavimento, ella s’era levata prima del solito, e seduta nel seggiolone, tutta chiusa nel suo scialletto, guardava il castello, pensando vagamente al destino di quelle antiche muraglie, possesso, a quanto si diceva, prima dei Templari, poi dei Cavalieri di San Gioanni, dimora un tempo dei Maestri Commendatori di Murello, divenute dal mese di maggio 1798, la casa del timido don Prato e dell’umile sua serva.