Il conte Annibale confermò in una sua lettera quanto aveva raccontato Giacinto; aggiungendo essere veramente impossibile di fare presagi. Il mal animo contro i nobili durava sempre grandissimo. Nei proclami, nei bandi, nei discorsi venivano chiamati: ministri arrabbiati del fanatismo, satelliti nefandi del dispotismo, razza d’uomini orgogliosi, prepotenti, lascivi, oppressori del genere umano, mostri infami, sanguinari, snaturati, sbucati nei secoli d’ignoranza dalle tane del feroce settentrione. Erano accusati di cospirare contro la Libertà, di diffondere il malcontento nelle campagne, di nutrire un odio implacabile contro il nuovo Governo.
V’era chi cercava continuamente di aizzar contro di loro l’ira e il disprezzo del popolo, e per comprendere quanto bene ci riuscisse, bastava sentire con che risate, con che battimani venissero accolti dal pubblico dei teatri certi sconci motteggi, certe insolenti beffe degli attori. Le cose erano andate tant’oltre che Boutroue, comandante della piazza di Torino, aveva pubblicato un avviso nel quale era detto che tutti coloro i quali appartenevano a classi svanite coll’estinto Governo, quando rispettassero le leggi, dovevano egualmente essere da esse protetti; e dichiarava che nel momento stesso in cui la tranquillità pubblica fosse intorbidata e un cittadino insultato, gli autori, istigatori, fautori e complici sarebbero arrestati e puniti secondo il rigor delle leggi.
Tutto questo era triste e sopra tutto fastidioso; però finora se le parole erano violenti ed esorbitanti, fortunatamente non si poteva dire altrettanto dei fatti. In molte cose poi si sarebbe detto che i governanti invece di ragionare, farneticassero. E citava il decreto 31 dicembre, col quale si chiamavano a parte dell’universale esultazione anche que’ rei di meno gravi eccessi, i quali, sebbene non detenuti, erano stati costretti a lasciare la patria, o vivevano tuttora in seno ad essa incerti della loro sorte. E questi erano i parricidi, gli uxoricidi, i fratricidi, gl’infanticidi, gli assassini, gli avvelenatori, gli incendiari, i falsari!
Un’altra cosa a giudizio del conte più da mentecatti che da ribaldi, era la decisione presa, ma non ancora eseguita, di trasformare la Basilica di Superga nel Tempio della Riconoscenza. Si trattava di togliere dal sotterraneo tutti gli emblemi e le iscrizioni che rammentassero l’origine, mondarlo dalle ceneri dei re e dei principi, e mettervi quelle dei patriotti morti per la Libertà, e degli uomini illustri che ottenessero dai rappresentanti della Nazione favorevole voto. Il conte Annibale chiudeva la sua lettera promettendo di non tardar troppo a mandare altre notizie.
Egli fu di parola. Pochi giorni dopo riscrisse brevemente e lietamente, annunziando che il Consiglio di guerra permanente della Divisione del Piemonte con sentenza del 29 nevoso, anno settimo, aveva dichiarato all’unanimità non colpevoli: la cittadina Gabriella Asinari Caraglio, detta San Marzano, ex-marchesa, il cittadino Giovanni Lorenzo Pola, prevosto, e il cittadino Luigi Crova, ex-barone, tutti e tre accusati d’essere gli autori dell’insurrezione scoppiata nella provincia d’Asti.
«Ringraziamo Iddio — scriveva poi — che molto si abbaia, ma poco si morde. Auguriamoci che si vada avanti così. Intanto Torino si prepara a solennizzare clamorosamente il 2 pluvioso (21 gennaio v. s.) giorno in cui cadde la testa dell’ultimo tiranno della Francia: Luigi XVI. Interverranno i generali francesi, gli agenti civili del Direttorio, i governanti in pompa magna; si brucieranno ai piedi dell’albero pergamene, diplomi, documenti, carta monetata; si pronunzieranno i soliti discorsi, non so se più stupidi o più feroci».
Le lettere del conte non somigliavano più a quelle d’un tempo; il suo stile troppo studiato era divenuto naturale, spontaneo; egli raccontava quanto accadeva bonariamente, semplicemente, aggiungendo pensieri e riflessioni e lasciando a parte e gli esempi e le reminiscenze greche e romane. Ognuna di esse letta, riletta e commentata, alimentava i discorsi fino all’arrivo della posta seguente.
Le nuove che si avevano dalle terre circonvicine erano sempre della stessa natura, e oramai attedianti. A Villanova la Municipalità aveva fatto aprire da un fabbro le porte del castello del cittadino Solaro e ne aveva preso possesso. A Vigone s’era obbligato un povero agostiniano a salire sopra una carretta tirata da due asini, ed a girar le strade ludibrio di tutti. A Racconigi, un somarello vestito da nobile, carico di pergamene e di ciondoli, era stato condotto lungamente attorno, poi spinto, fra uno schiamazzo infernale, su per le scale del marchese di Priè.
À Robelletta si conduceva vita quieta e malinconica. La mattina si assisteva alla messa di don Bonhomine, poi si pregava lungamente per il Re, per la famiglia reale, per quanti soffrivano nel presente regime. Dopo desinare la contessa si ritirava nelle sue stanze; Violant e Mazel giocavano alle carte, ai tarocchi, agli scacchi. Giacinto si appisolava accanto al fuoco, girellava svogliato per la casa o usciva a tirare alle passere nel giardino con lo schioppo di Massimo. Questi, stanco d’andar da luogo a luogo senza profitto e senza scopo, non si allontanava più: passava le ore del pomeriggio sotto la tettoia che fiancheggiava l’aia, ove gli uomini validi della cascina si radunavano per suo ordine e si addestravano a maneggiare le armi, a marciare regolarmente, a imparar movimenti utili o necessari in guerra, sotto la direzione di Giacomo Devalle, ex-sergente nel reggimento di Pinerolo.
Il verno era aspro. Ogni tanto il tempo si intorbidava, si rabbruscava; ricominciava a nevicare a fiocchi serrati, un nuovo strato bianco veniva silenziosamente a soprapporsi all’antico. Oramai più nulla traspariva della bruna superficie terrestre, nessuna traccia di sentiero o di solco, leggiere gibbosità, ampie onde immobili variavano appena l’uniformità immacolata del piano, rivelavano sole la struttura del suolo. I tetti, i muri, le siepi, gli alberi parevano oppressi da tutto quel candore; i grossi rami piegavano e talora, vinti dal peso, precipitavano schiantati in un polverio di foglie morte, di ramoscelli, di diacciuoli.