Il cielo si rasserenava. La campagna lieta, finchè il sole l’irradiava dall’alto, si vestiva di mestizia a poco a poco, diventava immensamente tetra e paurosa dopo il tramonto.

XXV.

Il marchesino Giuseppe Giacinto Violant saliva alla sua stanza da letto con intenzione di riposare un pochino. Egli andava su lemme lemme, dondolandosi ad ogni scalino, canterellando a mezza voce, col far di chi è indicibilmente annoiato. Nel momento in cui toccava il secondo pianerottolo, il grande orologio fisso nel muro, suonò gravemente le quattro; Giacinto, quasi in risposta, si stirò e sbadigliò rumorosamente. L’uscio della camera a destra si spalancò, e ne balzò fuori Fiordelis con una spazzola in mano e una giubba sul braccio.

— Madonna! — esclamò — che spavento ho avuto.

Il marchesino non degnò rispondere ed entrò in un altro uscio a sinistra.

Il cameriere lo seguì pian pianino e si fermò sulla soglia:

— Mi era parso di sentire uno strepito, temevo fosse caduto. Guardi, ieri io sdrucciolai proprio dov’era lei, e rischiai di slogarmi un piede. Si sarà spaventato?

Giacinto s’accomodava mollemente sul letto.

— Se le occorre qualche cosa — continuava Fiordelis, col suo fare insinuante, — comandi. Vuole una tazza di caffè come lo so far io? Vedrà come le rimette lo stomaco.

— Non ho bisogno di rimettermi niente, seccatore! — esclamò Giacinto. — Cosa c’è? Sono smorto, sono brutto?