— Ebbene sì, sicuro che mi ricordo, sicuro che ci penso; che male c’è? Quella è sempre una bella giornata. Certo non è più come una volta; non c’è più quell’allegria... il conte della Torre non viene più in campagna, il barone di San Lorenzo e il cavaliere di Robella son morti alla guerra, il signore di Bonavalle è sempre mezzo malazzato, il cappellano della Madonna se n’è andato in gennaio... Eh poveri noi!
— Dev’essere stato un affar serio, eh, sor Luigi? — disse il notaio, tornando al discorso di prima. — Con una persona di quel grado, la responsabilità del curante è ben grave. Certo l’arte medica ha tanti mezzi per aiutare la natura; ma sempre convien superare le difficoltà che presentano i diversi temperamenti. Ci sono di quelli che rinvengono subito annusando del pane appena sfornato; altri invece bisogna trovar modo di farli starnutire; per altri ancora bisogna ricorrere agli urli nelle orecchie, alla torsione delle dita, al tiramento dei capelli, all’applicazione di ventose, a frizioni, legature, suffumigi...
— Meglio pigliare un randello e accopparli addirittura — interruppe Bechio; e avvicinata la sedia alla tavola, riempì un bicchiere e lo tracannò in un fiato.
— Basta — soggiunse Arignani, — sor Luigi, lei ha potuto veder da vicino una gran bella dama.
— Bontà passa beltà — sentenziò Bechio.
— Bene; allora dirò una bella e buonissima dama.
— Ottima — corresse don Prato, — ottima; in tutto e per tutto degna, degnissima consorte del signor conte Annibale.
— Sarà per questo — esclamò lo speziale — che vivono separati!
— Due, tre mesi al più — disse aspramente il notaio. — A Torino stanno nello stesso palazzo.
— Già, ma in campagna...