— In campagna no, perchè Robelletta è in pianura, e al signor conte piace di più la collina.

— Hm! Hm!

— Cosa volete sapere voi?

— Io ho le mie opinioni.

— Le vostre opinioni? Le conosciamo le vostre opinioni. Se le rane avessero i denti...

— Eh, un giorno o l’altro mostreremo anche quelli.

— Bechio, Bechio, Bechio! Ringraziate che nessuno vuol farvi del male, perchè stareste fresco. Credete a me, non fate troppo il galletto; vi vedo e non vi vedo, caro voi; una bella sera capitano qui i gastigamatti, vi legano come un salame e vi portano in gattabuia.

— O in galera — mormorò don Prato, — a bastonare i pesci.

Continuarono a bere, a disputare, a bisticciarsi per un’altra buona ora, come fossero all’osteria od al piccolo caffè del paese, senza por mente all’inopportunità del discorso, senza notare che Ughes e Liana, noiati e distratti, non aprivan mai bocca. Alla fine Bechio si rizzò, andò a raccattare il suo cappellaccio bisunto, lo gettò e lo ghermì in aria, e inchiodatoselo in capo con una manata, disse al medico:

— Stamattina mi hanno portato una vipera. Venga a vederla, le taglieremo la testa e continuerà a guardarci, a far la cattiva, a cercare di mordere. Conduca anche madama, le darò un bicchierino di una certa anisetta, che... ohè!