— Senza invidia — diss’egli tra sè, conoscendo il debole del cugino e immaginando si recasse a qualche appuntamento, procacciato dall’officioso e scaltro Fiordelis. Gli tenne però dietro con l’occhio e gli dispiacque vederlo voltar verso Murello.

— Un appuntamento, un appuntamento... ma con chi? Con una contadina? Adagio un poco: è credibile che un giovane superbioso e schifiltoso come Giacinto si degni di amoreggiare con una contadina, anche giovane, anche bella?

Ad un tratto gli corse per la mente un sospetto. Appunto per l’antipatia ch’egli sentiva per il cugino, non badava mai a lui, non s’impacciava dei fatti suoi, non si curava affatto di sapere com’egli impiegasse il suo tempo.

Ora non era possibile che colui si fosse recato altre volte a Murello appunto in quei giorni? Non poteva aver visto la signora Ughes, già osservata e ammirata a Torino? Non poteva aver cominciato a ronzare intorno alla sua casa, od esservisi fors’anche già introdotto? In che modo?... E che importava il modo!

Combattè, respinse vigorosamente tutte queste idee moleste; ma dopo un momento tornarono; cacciate di qui ricomparvero di là, e non lasciarono più di saettarlo, per modo che presto s’accorse essergli ormai impossibile di prestar attenzione a quanto si faceva sotto i suoi occhi. Voltò le spalle senza dir nulla, e passo innanzi passo uscì nei campi dalla parte dell’orto.

Che cosa significava questo travaglio, questa febbre, questo diavolo che gli entrava addosso così all’improvviso? Dianzi era pur così quieto! Non era più andato a Murello da parecchi giorni, non pensava punto d’andarci, ed ecco che... Per Dio! Non si raccapezzava più. Erano molte le ragioni che l’avevano tenuto lontano e tutte importanti, ora gli parevano divenute subitamente deboli e poche. Nei giorni che seguirono la dipartita del Re, i pensieri che gli avevano agitata la mente erano stati troppi e troppo potenti perch’egli avesse campo di dar retta ad altro. Diceva sovente a sè stesso: — Animo, animo! adesso bisogna farla finita con le fanciullaggini; mi convien tenere il cervello a casa, star pei fatti miei e non aver più il capo ad avventure da commedie, da romanzi... Bisogna guarire da questa pazza e inutile malattia... Ho sofferto e soffro ancora per Liana, ma a fronte dei mali immensi che sovrastano alla terra dove son nato, il mio non è più niente. Questo è tempo d’ardito e franco operare, come direbbe mio padre, non di querimonie e di sospiri.

La sua immaginazione poi gli dipingeva la moglie del medico repubblicano esultante per il trionfo del partito; provava uno strano, un inesplicabile godimento nel farla complice di quanto accadeva; vi erano ore e giornate in cui gli pareva sinceramente d’odiarla...

Ed ecco che oggi i suoi propositi svanivano in un soffio, i sentimenti mutavano: egli tornava struggersi di rivederla. E tutto questo per un improvviso, irragionevole moto di gelosia!

Andava qua e là senza saper dove da alcuni minuti, quando in un subito, fatto un animo risoluto balzò nel sentiero che correva le praterie verso Murello. Supponendo che il cugino avesse seguito la strada del sale col passo con cui s’era incamminato, egli affrettando il suo per quella scorciatoia, poteva ancora arrivare al paese prima di lui. Per il momento non voleva altro; là avrebbe visto come doveva governarsi. Ma tirando innanzi e sempre riflettendo, invece di calmarsi si veniva agitando sempre di più. La prima risoluzione ne generò presto una seconda: andare in casa Ughes, senz’altro. Bisognava però preparare subito qualche cosa da dire, giustificare in qualche modo il suo strano procedere. Cercava d’immaginare come sarebbe stato accolto. Se avesse trovato la signora assolutamente cambiata? Se avesse visto Giacinto ricevuto senza cerimonia, affiatato, famigliare con l’avvocato e con Liana, diventato insomma l’amico di casa? Gli pareva così lontano, così annebbiato il giorno in cui era venuto per l’ultima volta! Quante cose non potevano essere accadute d’allora in poi! Era uno stordimento a pensarci. E... se invece di Giacinto avesse trovato Ughes? Nientemeno che Ughes, o tornato sano e salvo da volontario esilio, o liberato dalla segreta in cui giaceva ignorato, o sbucato da una caverna, da un sotterraneo, da un rifugio qualunque, poichè il gran sogno d’un tempo era divenuto realtà. E questo non sarebbe stato il più strano fra i casi che venivano accadendo in quei giorni.

Quand’egli giunse all’ingresso della stradetta che metteva a casa Ughes, l’immagine tragica del medico aveva fugata quella effeminata del marchesino; ma fatti ancora alcuni passi e scoperto il tetto rossiccio fra il bruno degli alberi, dimenticò l’uno e l’altro e non sentì più che la smania d’uscire in qualsiasi modo da quell’insopportabile angustia.