Entrò nel cortile con un battito tale che il cuore pareva gli volesse scoppiare nel petto. Don Prato, che usciva in quel momento dalla porta di casa, si levò il cappello e gli disse in fretta in fretta:

— Vada pur su. L’avvocato è nello studio: l’ultima stanza in fondo all’andito.

E fatta un’altra scappellata, seguì la sua via.

— E dir che una volta non la finiva più coi salamelecchi! — pensò Massimo, avanzando verso la soglia. Egli vi si soffermò, aspettando di veder comparire la serva; indugiò ancora alquanto a piè della scala, poi si decise a salire.

Oliveri era seduto in un’ampia sedia a bracciuoli, col piede sinistro fasciato e posato sur uno sgabello; aveva accanto un tavolino, su cui erano alcuni libri, un campanello e tutto l’occorrente per scrivere.

— Avanti — diss’egli, sentendo un passo che si avvicinava nell’andito, — avanti, cittadino, chiunque tu sia.

Raffigurando poi l’ex-contino, alzò le mani e gli fece festa col viso.

— Lei! — esclamò. — Un redivivo! Come sono mai contento di rivederla. Si accomodi, prego. Io non mi alzo perchè, come vede, ne sono impedito.

Massimo, assai sollevato da quell’accoglienza così sinceramente cordiale, si mise sulla sedia che l’altro gli indicava, e chiese notizie della signora Liana.

— Mia figlia sta benone. Io no, io sono rovinato. Guardi: non posso più reggermi in piedi.