— Che male si sente? — domandò Massimo, distratto.

— Tutti i mali del mondo, proprio tutti. Ho anche un monte di sopraccapi, tante incertezze, tanti dubbi, tante cose che mi amareggiano. La discrepanza fra i miei più antichi amici, per esempio. Chiovetti è rimasto realista, Aquilante e Bottalla son diventati repubblicani, capisce. L’uno mi scrive di non muovermi, di aspettare tempi migliori in campagna; gli altri mi consigliano di tornare in città. Par che si pensi a riabilitare e risarcire tutti quelli che hanno avuto a soffrire sotto l’antico Governo. Ho qui una filza di nomi: Picco e Pelisseri, impiccati in effigie, sono stati nominati il primo giudice del tribunale di alta polizia, il secondo sotto-segretario generale del Governo; sotto-segretario anche Ghione, che è stato a lungo in carcere per i fatti d’Asti del ’97; Faustini è sovrintendente al Vicariato; il fratello di Boyer commissario sopra le arti; alla madre di Berteu e alla vedova Junod fu dato un sussidio; la sorella di Tenivelli è ricoverata alla Provvidenza; la Patria adotta per figlia la vedova Arò, eccetera, eccetera, che non la finirei più. Bottalla e Aquilante affermano che mi sarebbe facile ottenere per mia figlia, anch’essa verosimilmente vittima della crudeltà dell’espulso tiranno, un simile onorifico decreto. Figuriamoci! Ed è per questo che dovrei tornare a Torino!...

Battè insieme le palme e alzandole congiunte, esclamò:

— Signor Iddio! Sarei pur contento di svegliarmi una di queste mattine in contrada Nuova, e vedere ancora una volta piazza San Carlo, piazza Castello, San Giovanni, e la nostra torre della Città, così alta e così svelta, col suo globo e il bel toro di bronzo in cima. Ma questo non è più possibile: Torino fuit per me, fuit, fuit, fuit!

— Come? — disse Massimo.

— Non capisce? Voglio dire che per me è finita, non tornerò più, mai più a Torino.

— Oh! — fece il giovane, col viso di chi ode la maggior stravaganza del mondo.

— È così: certe cose si sentono, ma non si spiegano. Amen! D’una sola cosa mi dolgo: non lasciar ai posteri una grande, una bell’opera d’inchiostro. Sarà superbia, ma credo che avrei potuto far anch’io qualche lavoretto non affatto cattivo. Al mio Eugenio, non è più il caso di pensare; piuttosto vorrei provarmi a comporre qualche cosetta di sacro. Don Prato mi ha suggerito un argomento, e più ci penso, più mi va a genio: la storia del Santuario di Murello e delle grazie particolari dovute al patrocinio della Beata Vergine degli Orti. Ho già in testa l’ordinamento, la distribuzione delle parti. Parte prima: i fatti che riguardano l’antico tabernacolo, in cui è dipinta a buon fresco l’incoronazione della Madonna; seconda: i fatti che riguardano la graziosa cappelletta, a cui il tabernacolo servì, per così dire, di nocciolo; terza: i fatti che riguardano l’attuale graziosissima chiesa, nella quale il vetusto dipinto è parte ed ornamento dell’altare maggiore. Tre parti, tre epoche, tre età: il nostro Santuario infante, adolescente, adulto. Cosa ne dice?

— Bene, molto bene — rispose Massimo, tanto per mostrare d’aver ascoltato, ma di questa ultima parte del discorso di Oliveri non aveva inteso neppur una sillaba. Egli stava in orecchi, aspettando ansiosamente d’udire una voce, un passo, un indizio qualunque della presenza di Liana.

L’avvocato rimase un momento in silenzio come per raccogliere le idee, poi ripigliò.