— Don Prato ha promesso di fornirmi altre notizie ed altri particolari, ma ehm! li vedo e non li vedo, che quel poveretto in questi giorni non può proprio attendere di proposito a niente, tanto è continuamente e scelleratemente tribolato da quella canaglia di Bechio. Colui vorrebbe vederlo sul pulpito con accanto la bandiera tricolore, come il parroco di Cavallermaggiore; vorrebbe ch’egli non spiegasse altro che i Diritti dell’uomo, o certe sue pappolate repubblicane; lo accusa d’aver conservato tutti i pregiudizi d’un prete realista sol perchè non si pianta in testa il berretto frigio, non indossa la carmagnola, non va a ballar la monferrina e a baciucchiare le belle intorno all’albero della Libertà... Se sapesse come quel birbante spadroneggia e detta la legge in paese! Bisogna sentire con che sicumera egli va spargendo intorno le sue bestialità: finito il tempo dei balzelli e dei privilegi, libera la caccia, libera la pesca, libero il commercio; aperta a chiunque la via per diventar magistrato, ministro, generale, vescovo, cardinale; pane, vino, sale gratis et amore; lavoro per tutti; eguaglianza, fratellanza, abbondanza e felicità. E questi poveretti senza malizia abboccano e batton le mani; s’accorgeranno poi dell’inganno, ma sarà tardi. Senta, io credo che i nostri posteri dureranno una bella fatica a credere vere le cose che vediamo coi propri occhi in questa nostra età. Chiovetti scrive che a Torino c’è fermento, disordine, una confusione babelica: chi vuol esser francese, chi italiano; quelli che vorrebbero restar piemontesi, non contano più un’acca. Lei è informato, eh? Sa che ha vinto il partito di coloro che preferiscono star con chi comanda piuttosto che con chi deve ubbidire? Saprà anche che ci sono commissari che girano nelle provincie a far gli squittini per l’unione con la Francia? Chi mi avesse detto che dovevo finire infrancesato!... Si va a cavar fuori che un tempo eravamo Galli anche noi!... Ah sì? Giuro a Dio, che non me ne ricordo! Mi ricordo d’un altro tempo, io: di quello in cui il nostro Piemonte poteva amoreggiare allegramente con la Francia, la Spagna, l’Austria e l’Inghilterra; le quali tutte, per Giove! si mostravano ottimamente disposte all’amplesso.
Massimo aspettava che l’avvocato facesse una pausa, per dar una voltata al discorso e ricondurlo a Liana; intanto crollandosi sulla sedia, diceva tra se: — Che diavolo fa la signora? Se è in casa perchè non viene? Se è fuori dove può essere andata? Possibile ch’ella non sappia ch’io sono qui? Possibile che non m’abbia sentito?
E non potendo più raffrenare la sua impazienza, cominciò dall’alzarsi e si venne contorcendo or sur un piede, ora sull’altro, finchè Oliveri cessò di parlare; allora gli stese la mano.
— Vuol andare? — domandò questi. — Tornerà presto, eh? Non mi abbandoni; c’è poca gente con cui io stia volentieri come con lei.
E così dicendo scosse il campanello ch’era sul tavolino.
— Grazie, prego — susurrò Massimo, uscendo dalla stanza, — conosco la strada.
In tre salti fu al basso; fece alcuni passi nel cortile, poi si fermò su due piedi, già pentito d’esser venuto via così bruscamente, cercando un pretesto per tornar su non fosse che un momento.
E stando così immobile con la mano al mento e l’occhio a terra fisso e pensoso, sentì improvvisamente aprirsi una finestra; si voltò: vide Liana che faceva capolino sorridendo e un poco arrossita.
— Vengo giù — diss’ella; — mi vuol aspettare?
Massimo rispose con un atto che significava grandissimo consentimento, ma non potè formar parola o frase nessuna, tanto fu potente il senso di gioia che lo invase. La finestra fu richiusa; passarono pochi minuti, che al giovane parvero eterni, e, quando cominciava quasi a dubitare d’aver traveduto o sognato, Liana ricomparve e si approssimò. Il suo volto non era nè ilare, nè serio; la persona e le movenze rivelavano che la salute e il vigore erano pienamente tornati.