Allora il giovane, per rassicurarlo alla meglio e per lasciare che il suo corruccio finisse di sbollire, si profferse d’andar a dare un’occhiata al paese.

— Per carità! — esclamò Liana, e voleva continuare, pregarlo di non esporsi in nessun modo, ma l’avvocato le ruppe le parole in bocca:

— Ecco, sì, per carità! badiamo di non far altre imprudenze.

— Stia tranquillo — rispose Massimo, un po’ asciutto.

Liana gli porse la mano.

— Torni presto — diss’ella.

— Subito, tornerò subito a riferire.

Così dicendo Massimo uscì rapidamente. S’avviò verso la strada principale; non incontrò anima vivente fino alla cantonata, ma là, essendosi fermato per guardare a destra e a sinistra, si vide salutato molto rispettosamente da due contadini seduti sullo scalino d’un portico, poi da altri parecchi che facevano cerchio a un merciaiuolo; una ragazzotta molto fatticcia chinò il capo sorridendo nel passargli davanti; anche un cane sdraiato in mezzo alla strada si alzò, si stirò e venne, scodinzolando, a fiutargli la tromba degli stivali. Nel villaggio tutto era come all’ordinario; s’avvicinava l’Avemaria; la chiesa della Confraternita di San Giuseppe, il campanile, le case vicine spiccavano sul cielo color d’opale, screziato d’oro qua e là. Era una fine di giorno dolcissima, foriera d’una placidissima notte; non era possibile immaginar nulla di fosco o di triste, non si vedeva alcun segno precursore di guai: il gran palo piantato davanti alla casa del comune, il famoso albero della Libertà, col suo berrettaccio in punta e le rozze bandiere fuor di simmetria, pareva nulla più che uno smisurato spauracchio.

Oliveri intanto aveva bevuta una buona infusione di camomilla, ma si sentiva ancor tutto conturbato.

— Ah sì? — diss’egli, quando Massimo ebbe affermato con sicurtà che di fuori tutto era tranquillo. — Bene bene, tanto meglio; ma vedremo stanotte... Quella gente lì lavora di notte, come le jene e le volpi; astuzia e ferocia, ecco. Oh figuratevi un po’ se non so con chi ho da fare!... Ohi, ohi! Cos’è questo?