— Suonano l’Avemaria, caro babbo — rispondeva Liana.
— Ne sei sicura? Però senti che colpi staccati, che martellate tremende; non si direbbe che quell’asino d’un campanaro ha la febbre? Sentite, sentite!... Ad ogni modo bisognerà vedere più tardi. E se accade qualche cosa, che farò io, un uomo solo con sulle braccia due donne?
— Abbiamo Gabriel — osservò Liana.
— Gabriel! Chi lo vede mai Gabriel? Chi ci può contare sopra? Poi cosa vuoi che facciano due uomini, per quanto animosi, contro cento o duecento o trecento, chi può sapere?
Massimo si fece avanti e dichiarò che sarebbe rimasto con loro fino al mattino.
— Come! — esclamò l’avvocato — vuole star qui tutta la notte?
— Sicuro; e non farò che il mio dovere, poichè in questa faccenda ci ho pure la mia parte di colpa.
— Saremo tre, dunque. Meno male. Mi sento già un po’ più tranquillo.
— Però — suggerì Liana, che evitava studiosamente d’incontrar gli occhi di Massimo, — bisognerebbe avvertire la signora contessa; non vedendo tornar suo figlio, si metterà in apprensione...
— Niente di più facile! — interruppe Oliveri. — Il signor Massimo scrive un biglietto, e noi lo facciamo recapitare dal nipote di Menica. Non è un affare di Stato!