Massimo scrisse a sua madre due righe, che gli parvero atte a rassicurarla; e Liana, fatto chiamare il garzoncello, gliele affidò.
A cena l’avvocato mangiò con la consueta ingordigia, interrompendo ogni tanto l’atto del masticare per stare in ascolto.
Nè Massimo, nè Liana avevano desiderio di cibo. Egli sentiva vivamente la fuggevolezza di quei momenti e cercava di afferrare, di assaporare tutta la sensazione inebriante della presenza di lei. Ella non avrebbe saputo dire a che cosa pensasse. Mai come in quella sera aveva avuto coscienza della propria gioventù, della propria forza, delle proprie attrattive. Una voce misteriosa le ripeteva all’orecchio: — Hai patito, è pur vero, ma l’ora della ricompensa è vicina. La vita è lunga, e può essere ancora divinamente bella per te.
E più Liana cercava di scacciare queste idee, che le parevano folli e inopportune, e più la voce insisteva lusinghiera, insidiosa, soave.
Dopo le frutta Oliveri si alzò e andò a gettarsi sul canapè: già era inutile ch’egli salisse in camera, non volendo dormire e nemmen coricarsi. I due giovani rimasero a tavola, seduti di fronte, senza levar più gli occhi, perchè lo sguardo del vecchio pesava loro addosso e li intimidiva. Essi sentivano, in quel silenzio, un’impazienza tentarli, l’impazienza di chi, avendo bisogno di aria e di moto, deve frenarsi in un indugio noioso.
Alla fine Massimo si alzò e rivolgendosi all’avvocato, disse sorridendo che, da buon capitano, andava ad esplorare le mosse del nemico. Oliveri non rispose che con un leggiero abbassamento delle palpebre, e di seduto ch’egli era, si lasciò andar supino.
Liana, com’ebbe udito perdersi i passi del giovane dalla parte della parrocchia, andò a prendere un libro sul piano del camino. Aveva per titolo: — Versi di Diodata Saluzzo fra gli Arcadi Glaucilla Eurotea. — Aprì inconsapevolmente il volume a pagina 264, senza ricordare in quell’ora quante volte avesse cercato con le lagrime agli occhi il poemetto IV: — Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nella supposta morte del marchese Cesare Tapparelli d’Azeglio suo consorte. — Cominciò a leggere con certa attenzione:
Era la Notte, ed il suo cieco errore
Avviluppava una metà del mondo:
Pingea la luna candido pallore