Specchio all’altro maggior auriga biondo:

In manto negro trasvolando l’ore

Cadean d’eternità nel sen profondo,

E lentamente tra quel cupo speco

Piangeva ’l gufo, rispondeva l’eco.

Qui alzò il viso e tese l’orecchio: strano caso, s’udiva realmente a quando a quando il lamento d’un gufo sul cipresso ch’era dietro alla casa. Riprese la lettura, ma accorgendosi che avrebbe quasi potuto seguitare a memoria, passò oltre, arrivò a pagina 291, al poemetto VI: — Penelope. Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nel ritorno del suo consorte. — Aveva un bel configgere gli occhi nel libro, non riusciva più a dimenticarvisi dentro come nel passato; non comprendeva nemmeno più: l’assenza come la presenza di Massimo la rendevano ugualmente distratta. Si voltò a guardar suo padre: aveva gli occhi chiusi, dalla bocca semi-aperta usciva un soffio lento ed uguale.

— Dorme — pensò Liana rizzandosi, — per il momento non ha bisogno di me.

E si fece pian piano alla soglia.

La notte era bella, mirabilmente serena; la via lattea traversava il campo infinito come un seminato di diamanti; v’era nell’aria una soprabbondanza di vita, che penetrando nel petto ad ogni inspirazione, parea trasformarsi sull’atto in forza ed in letizia. Dopo un poco ella uscì avidamente in giardino, e stette attenta con la vista e con l’udito. Il viale che metteva alla parrocchia si apriva nero come la gola d’un antro mitologico, pure, sembrandole di sentir cigolare il cancelletto ch’era in fondo, ed immaginando fosse Massimo che ritornasse, vi si avviò.

Non si era forse ancor inoltrata un dieci passi, quando si trovò assalita da un senso inesplicabile di spavento: non c’era dubbio, qualcuno la seguiva da vicino, le stava alle spalle; ella non poteva più nè indietreggiare, nè voltarsi, senza urtarlo od averlo di contro.