Si arrestò, cercando vincere il ribrezzo che dall’animo si estendeva rapidamente al corpo per soggiogarlo. Riuscì a rimanere immobile, mentre negli oscuri abissi della memoria si destavano, ribelli alla ragione, tutte le obliate paure infantili, tutte le più antiche reminiscenze di cose soprannaturali lette, udite, immaginate o sognate. Ogni minuto parea mille; e subitaneamente quell’ostinazione di resistenza mancò: Liana sentì di nuovo l’imperio violento, vertiginoso del terrore, cedette ad un folle impulso di corsa.

Massimo, riaprendo il cancelletto, se la trovò di fronte tutta tremante, quasi convulsa.

— Cos’è stato? — esclamò sbigottito. — Le è succeduto qualche cosa?

Liana gli prese il braccio e vi si appoggiò, continuando ad ansimare, crollando il capo ad ogni domanda ch’egli le veniva facendo.

— Oh! — rispose poi, com’ebbe ripreso fiato — mio padre dorme tranquillo; non mi è accaduto niente, assolutamente niente. Mi sono intimorita così tutt’a un tratto, non so perchè, non so di che... Sono una sciocca, ecco tutto.

— Coraggio, dunque! Stia di buon animo. Il villaggio non potrebbe essere più quieto. Le assicuro che non c’è veramente nulla da temere.

Ella ritirò il braccio e si mosse verso casa. Egli la seguì da vicino, e fatti pochi passi le tastò leggermente, timidamente una spalla.

— Come! Perchè è uscita così, senza uno scialle, senza una mantiglia? Perchè?...

— Perchè non ho freddo — rispose la signora, — anzi... Non sente che fa quasi caldo?

No, egli non sentiva che l’emanazione viva e fresca del bellissimo corpo di lei; la sentiva intorno e dentro di sè, nel volto, nel cervello, nel cuore.