— E buone — aggiunse don Prato. — Almeno speriamo...

L’avvocato aprì gli occhi, li alzò senza muover la testa, poi mormorò sottovoce:

— Seggano, prego.

— Non le par di respirare meglio? — domandò Arignani.

Oliveri crollò il capo.

— No — mormorò, — proprio no.

— Ah vede! — ripigliò l’altro — perchè non sa che la bottega di Bechio è chiusa, e che lui è di nuovo partito.

— Volato via — confermò don Prato, — sparito!

— Dove sia andato poi nessuno lo sa — riprese il notaio; — chi dice a Saluzzo, chi a Torino. I suoi aderenti vanno spargendo ch’egli ha ricevuto un incarico segreto e che sta per diventare qualche cosa di grosso. Diventi magari un elefante, purchè non ritorni mai più.

— Però — disse don Prato — io non mi sento troppo tranquillo. Ho una gran paura che sia andato a commettere qualche birbonata, a denunziare qualcheduno. Ieri l’altro gridava in piazza che Robelletta è un nido di vipere, e che bisognerebbe distruggerlo col ferro e col fuoco... Sarebbe forse bene avvertire il contino.