Arignani alzò le spalle.
— Oh Dio! — diss’egli — mettiamo pure che sia andato a Torino per questo. Laggiù hanno altro per il capo in questi giorni. Se non son curioso, sor avvocato, la posta di stamattina le avrà portato le nuove?
— Niente — rispose Oliveri: — chi si ricorda più ch’io sia ancora al mondo!
— Ma guardi un po’! Ebbene avrei creduto... Basta, non importa, dirò quello che ho sentito. Lei sa che il Direttorio ha mandato un commissario, che so io? un amministratore... Come no? Non si ricorda più? Ma è roba di un mese o quasi.
— Non so più niente — brontolò Oliveri, tentennando il capo, — non so più niente.
Il notaio e il parroco si guardarono in faccia.
— Le ho parlato io — disse il parroco — di questo Musset; anzi mi ricordo d’averle detto ch’era un ex-prete, un ex-curato, uno dei Convenzionali che avevano votata la morte del re Luigi... Poi le ho raccontato che, appena arrivato, aveva sciolto il Governo provvisorio, abolito il Senato e la Camera dei conti, diviso il Piemonte in quattro dipartimenti: Eridano, Stura, Tanaro e Sesia, che...
— Basta — interruppe il notaio, — roba passata anche questa. Musset ha alzato i tacchi; gli amministratori adesso sono quattro: Pelisseri, Rossignoli, Geymet e Capriata. Ma gli affari vanno male, male per i francesi, i quali, a quanto si dice, hanno perduto una nuova battaglia; viene avanti un tempo nero, che da un giorno all’altro può portar qui una grandine di palle.
— Che Dio ci scampi e liberi! — disse don Prato.
— Perchè? — esclamò il notaio, pieno d’ardor bellicoso.