— Gli austriaci e i russi vengono per rimettere sul trono Casa Savoia, alla fin dei conti. Per questo bisogna cacciare i francesi, e non si fa la frittata senza romper le uova. Quando si potrà gridar di nuovo: viva il Re! non voglio far altro tutto un giorno, dalla mattina alla sera. Chi mi avesse detto che prima di morire avrei visti i cosacchi.....

— Gli sciti! — susurrò Oliveri, animandosi tutt’a un tratto, — gli sciti!... Io non li vedrò.

— Come non li vedrà? Si dice perfino che siano già entrati in Milano!

— Bisognerebbe che arrivassero qui stasera o domani.

Arignani fece una risatina. Don Prato invece prese la mano di Oliveri, la palpò, poi gli tastò il polso.

— Se non si sente bene — diss’egli, serio, — perchè non manda a chiamare il medico?

— Se sapeste — esclamò l’avvocato, come se non avesse inteso, — quanto mi ha tribolato la podagra in questo maledetto mese! Non ne posso più. Questa volta mi ha trovato esausto d’ogni vegeto e salutar vigore che la respingesse, la fissasse in alcune delle parti esterne, perciò... Ma non m’importa niente... Però avrei voluto veder il 1800. Questo sì!... Pazienza! Ho sempre creduto che la forza morale sola ci aiutasse a considerar tranquillamente la morte; invece no, signori. Ciò che ci prepara meglio di tutto è un certo stato fisico, del quale non si ha idea quando si è sani.

— Male — brontolò il notaio, — lei fa male a mettersi in capo queste malinconie; certi pensieri bisogna cacciarli subito, appena si presentano, non lasciare che s’impadroniscano del cervello, se no guai. Sa cosa facciamo? È ancor presto: vado a casa, attacco il mio cavallotto alla scorratta e andiamo a sentir le nuove a Racconigi. Vuole?

Oliveri non rispose, si volse al prete.

— Son pronto — diss’egli, — proprio pronto. La vita futura non mi mette punto terrore; non so che crederne... So però di certo che non ho mai fatto male a nessuno, ed è l’essenziale.