Arignani guardava il soffitto; don Prato stringeva una mano coll’altra, gli pareva d’aver tante cose da dire e non sapeva come principiare.
In quella entrò Liana; tutti e due si alzarono per salutarla; poi, dopo qualche minuto, se ne andarono via mogi e taciturni.
— Cosa c’è? — domandò Liana a suo padre. — Hanno l’aria così mortificata, così compunta....
Invece di rispondere l’avvocato le prese le mani, la guardò con un’espressione d’intensa tenerezza, quasi nuova in lui.
— Cattivo, eh, quel signor contino che quest’oggi non s’è fatto vedere! — disse poi bonariamente: — Tu l’hai aspettato, di’ la verità?
— Sì, babbo — rispose Liana serenamente, — l’ho aspettato.
— Non sei mica inquieta?
— No, babbo.
— Brava, non aver paura. Bella faccia il cuore allaccia. Sei di nuovo bella, sai? Sì, sì, di nuovo bella... E sei anche buona... Sei sempre stata buona; ringrazio e benedico Dio d’avermi data una figliuola come te. Ti sarò sembrato un po’... un po’ egoista, un po’ freddo, un po’ cane... ma... ma... ma non per questo tu devi credere che... Sicuro.
Liana sedette vicino, raccolse a sè le mani di lui, lo guardò fissamente. Diceva con voce accorata: