— Cos’hai? Dimmi che cos’hai, te ne prego.
Oliveri col capo basso, col petto ansante, lacrimava senza piangere; ma a poco a poco l’espressione del suo viso si venne mutando, egli sorrise, poi rise forte, nervosamente.
— Che cosa ho? Comincio a rimbecillire, a rimbambire, ecco tutto... Basta così... ma non lasciarmi; oggi ti prego di star con me, lavoreremo insieme, mi aiuterai.
Passò il resto della giornata e la sera a rivedere ed esaminare le carte contenute nel cassetto del tavolino, ordinando e classificando le une, distruggendo le altre.
Liana, messa alquanto in apprensione dall’impeto di angoscia che aveva assalito suo padre, si rassicurò gradatamente, vedendolo ritornare sereno e quieto.
Egli si mostrò ancor tale la mattina dopo, quando discese a far colazione. S’era fatta la barba e messo un abito chiaro e leggiero che lo ringiovaniva. Fece venir Menica e ordinò un desinare di suo gusto; poi dichiarò a Liana che voleva passeggiare in giardino tutta la mattinata per risvegliare l’appetito.
Infatti egli uscì franco, impettito e senza zoppicare come era solito.
Liana, affacciandosi all’uscio, sempre lo vedeva or in questo or in quel viale, che andava e veniva con le mani congiunte sul dorso. Ella ne provava un compiacimento inestimabile. La salute scossa, malferma di suo padre ormai era il solo pensiero che le pesasse sull’anima. Quel giorno pareva tornato miracolosamente vegeto come una volta. Subitamente l’assalì il timore che egli trasmodasse, e stancandosi troppo, finisse per farsi più male che bene. Girò con gli occhi il giardino: non scorgendolo alla prima, uscì per andare in cerca di lui. Lo trovò subito: era lì dietro casa, seduto sotto il cipresso, curvo sulle ginocchia accavalciate.
— È niente — diss’egli, vedendola, — poco fa mi prese freddo, ho voluto riscaldarmi camminando ancora, ed ho fatto male; avrei dovuto rientrare e coprirmi...
— Ma come ti senti?