Nella notte sopraggiunsero fierissimi dolori viscerali. Liana mandò Gabriel in tutta fretta a Villanova. Il medico arrivò a levata di sole, diede al malato dell’oppio, ordinò bagni e vescicatorj alle gambe. I dolori si fecero meno forti, poi cessarono affatto.
Il medico se ne andò, promettendo di tornar nel dopo pranzo. Oliveri sorrideva alla figlia, chiedeva or questa, or quella medicina, si rammaricava con voce sommessa, masticava parole vaghe come chi non arriva a raccapezzarsi, e ogni tanto ripeteva i primi versi d’un sonetto che un amico gli aveva mandato nella primavera del ’93.
All’ombra assiso del Sabaudo ulivo
Credea varcar la mia carriera in pace
Ma, ma... ecco Bellona... ecco Bellona...
E non riusciva a rammentare il resto.
La mattinata passò. Verso mezzogiorno si acquietò, cessò di parlare; ma sorrideva sempre a Liana, ogni volta che i loro occhi s’incontravano. Ella gli chiese se volesse sentir leggere qualche cosa; rispose di no con un comico gesto d’orrore. Allora ella andò ad avvicinare le imposte e tornò a seder presso al letto.
Passò mezz’ora. Il malato giaceva supino, tranquillo. Pareva a Liana che il respiro gli si facesse frequente, un po’ affannoso, ma non osava muoversi per non destarlo se mai dormisse.
Improvvisamente Oliveri sobbalzò, fece l’atto di puntare i gomiti per alzarsi a sedere.
— Babbo — mormorò Liana, — vuoi qualche cosa?