Non ebbe risposta.

— Si è riaddormentato — diss’ella tra sè, — meno male, riposerà tutto il giorno, tutta la notte, e domattina sarà guarito.

Un bambino frignava nella via, noiosamente; una gallina chiocciava nell’aia di Gabriel; le mosche imprigionate tra i vetri e le imposte ronzavano rabbiose. Un momento prima Liana non li avvertiva tutti questi rumori, e adesso... Guardava sempre suo padre. In un subito le parve che il pallor della pelle fosse divenuto più livido, più livide anche le labbra; poi vide, vide distintamente le pupille errar vitree negli occhi semiaperti, e sparir sotto le palpebre. Balzò in piedi, toccò il corpo, posò la mano sul cuore, la ritrasse tosto gettando un grido soffocato. Cercò il campanello, gridò forte, più forte...

Menica arrivò su ansante, s’accostò al letto, poi corse a spalancar le finestre e chiamò Gabriel.

— Sì, sì — ripeteva Liana, — Gabriel, Gabriel... e il medico anche, il medico subito. Fate presto, per carità!

Con Gabriel entrarono nella stanza il parroco e il notaio, venuti semplicemente per prender notizie.

La povera Liana si volgeva a questo, si volgeva a quello, smarrita, trepidante, chiedendo consigli, rimedi, soccorso.

Si adoperarono tutti, sollecitamente. La testa di Olivieri fu coperta di compresse, gli si fecero frizioni con panni caldi sul petto, gli si mise sotto al naso ogni sorta di boccette e di vasetti.

— È andato in paradiso, è andato in paradiso! — mormorava Menica, quando la signora non poteva udirla.

Infatti ogni speranza era perduta, ma nessuno osava nè desistere, nè ritrarsi, per riguardo a Liana.